Trent’anni fa, il 16 novembre 1977, le Brigate Rosse fecero un attentato a Carlo Casalegno. Lo sorpresero sotto il portone di casa; quattro colpi di pistola in pieno volto. Dopo una lunga agonia, Casalegno morì 13 giorni dopo, il 29 novembre 1977 (nell'immagine a sinistra la prima pagina della Stampa del 30 novembre 1977).
Riccardo Chiaberge ha dedicato un suo Contrappunto (Il Sole-24Ore Domenica 4 novembre 2007) al vicedirettore della “Stampa” Carlo Casalegno, ucciso perché scelse il coraggio e si oppose al terrorismo. Aveva scritto: “S’infittiscono i segni di sgretolamento dello Stato”.
Quello che segue è il pezzo di Riccardo Chiaberge, un vibrante “je m’accuse”. Lo riporto sul blog perché mi sembra un ottimo esempio di come si dovrebbe pensare alla nostra recente memoria storica in Italia (Si veda anche il commento del figlio di Carlo Casalegno, Andrea, sul sito della Stampa: Andrea Casalegno, ammazzarono mio padre non un simbolo).
Nel marasma postmoderno della mostra sugli anni Settanta alla Triennale di Milano, tra fumetti di Vampirella, filmati di Pasolini, partite Italia-Germania e pantaloni a zampa di elefante, una delle poche sale che merita una sosta è quella dove stanno appese, come lenzuola al sole, le prime pagine dei giornali con i fatti salienti dell’epoca, dalle contestazioni degli autonomi a Lama al caso Moro. C’è naturalmente, il Giornale del 3 giugno 1977 con l’attentato a Indro Montanelli (manca invece il Corriere che aveva omesso nel titolo il nome del gambizzato) e c’è
Due mesi prima, nella notte del 18 settembre, una bomba molotov viene lanciata contro lo stabilimento della Stampa. I volantini dei terroristi sono espliciti: “Riflettano prima di stendere l’ultimo pezzo. I giornalisti sappiano che d’ora in poi sapremo alzare il tiro”.
La risposta del direttore Arrigo Levi non si fa attendere: l’editoriale del giorno successivo, oltre a denunciare questo clima di intimidazione, chiama in causa Lotta Continua come movimento in qualche modo fiancheggiatore del partito armato. Non sono tesi nuove, Casalegno nella sua rubrica da mesi batteva cocciutamente su quel tasto, additando complicità e connivenze. Ma la presa di posizione di Levi non è condivisa da una parte del corpo redazionale.
Il mugugno si condensa in un documento di censura al direttore, in nome della libertà di espressione e del distinguo, allora in voga, tra parole e pallottole. Lo firmano molti simpatizzanti della sinistra extraparlamentare ma anche qualche redattore ingenuamente (o stupidamente) garantista, tra cui il sottoscritto. La rivolta sfocia in un’assemblea tumultuosa, cui partecipa, incupito e taciturno, lo stesso Casalegno. Ma dopo l’ennesima filippica di uno dei ribelli, il vicedirettore scatta in piedi e abbandona la sala, lui di solito così compassato, gridando: “Siete una manica di stronzi!”. Ci sarebbe voluta
L’insubordinazione verso il direttore ci sembrava un gesto più chic, più “libertario” dell’intransigenza contro i terroristi. Personalmente, non ho mai smesso di pentirmi di aver firmato quel documento.
E gli altri della lista?
Coraggio, colleghi, se ci siete, battete un colpo.
RICCARDO CHIABERGE
