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"Il Laboratorio" di Roberto Coaloa nasce dall'esperienza all'Universita' Statale di Milano nell'anno accademico 2006/2007 e vuole essere uno spazio libero alla scrittura per gli studenti del corso e per tutti gli altri che vorranno partecipare a questi esercizi di scrittura. L'arte della critica è difficile. E non dimentichiamo lo stile: alla maniera di Gustave Flaubert siamo convinti che qualunque sia la cosa che si vuol dire, c'è soltanto una parola per descriverla, un verbo per animarla e un aggettivo per qualificarla. L'idea è bella ma difficile da realizzare. "Il Laboratorio" presenta recensioni di libri e commenti, cercando la chiarezza espositiva e la completezza.

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Nome: Roberto Coaloa
giornalista e professore: ozioso affacendato. Scrivo sulle pagine culturali IlSole-24Ore Domenica. Insegno all'Università Statale di Milano nel corso di Scienze umane per la comunicazione. L'ozioso affacendato è mutuato da un pensiero di Goethe...

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sabato, 24 novembre 2007

QUEI GIORNALISTI CONTRO CASALEGNO

Trent’anni fa, il 16 novembre 1977, le Brigate Rosse fecero un attentato a Carlo Casalegno. Lo sorpresero sotto il portone di casa; quattro colpi di pistola in pieno volto. Dopo una lunga agonia, Casalegno morì 13 giorni dopo, il 29 novembre 1977 (nell'immagine a sinistra la prima pagina della Stampa del 30 novembre 1977).

Riccardo Chiaberge ha dedicato un suo Contrappunto (Il Sole-24Ore Domenica 4 novembre 2007) al vicedirettore della “Stampa” Carlo Casalegno, ucciso perché scelse il coraggio e si oppose al terrorismo. Aveva scritto: “S’infittiscono i segni di sgretolamento dello Stato”.

Quello che segue è il pezzo di Riccardo Chiaberge, un vibrante “je m’accuse”. Lo riporto sul blog perché mi sembra un ottimo esempio di come si dovrebbe pensare alla nostra recente memoria storica in Italia (Si veda anche il commento del figlio di Carlo Casalegno, Andrea, sul sito della Stampa: Andrea Casalegno, ammazzarono mio padre non un simbolo).

 

Nel marasma postmoderno della mostra sugli anni Settanta alla Triennale di Milano, tra fumetti di Vampirella, filmati di Pasolini, partite Italia-Germania e pantaloni a zampa di elefante, una delle poche sale che merita una sosta è quella dove stanno appese, come lenzuola al sole, le prime pagine dei giornali con i fatti salienti dell’epoca, dalle contestazioni degli autonomi a Lama al caso Moro. C’è naturalmente, il Giornale del 3 giugno 1977 con l’attentato a Indro Montanelli (manca invece il Corriere che aveva omesso nel titolo il nome del gambizzato) e c’è la Stampa di giovedì 17 novembre che annuncia l’agguato Br a Carlo Casalegno (sarebbe morto tredici giorni dopo, al termine di un’atroce agonia). Non c’è, né ci poteva essere, perché ben custodito negli archivi del quotidiano, un antefatto di quel barbaro assassino, che forse merita di essere richiamato alla memoria a trent’anni di distanza.

Due mesi prima, nella notte del 18 settembre, una bomba molotov viene lanciata contro lo stabilimento della Stampa. I volantini dei terroristi sono espliciti: “Riflettano prima di stendere l’ultimo pezzo. I giornalisti sappiano che d’ora in poi sapremo alzare il tiro”.

La risposta del direttore Arrigo Levi non si fa attendere: l’editoriale del giorno successivo, oltre a denunciare questo clima di intimidazione, chiama in causa Lotta Continua come movimento in qualche modo fiancheggiatore del partito armato. Non sono tesi nuove, Casalegno nella sua rubrica da mesi batteva cocciutamente su quel tasto, additando complicità e connivenze. Ma la presa di posizione di Levi non è condivisa da una parte del corpo redazionale.

Il mugugno si condensa in un documento di censura al direttore, in nome della libertà di espressione e del distinguo, allora in voga, tra parole e pallottole. Lo firmano molti simpatizzanti della sinistra extraparlamentare ma anche qualche redattore ingenuamente (o stupidamente) garantista, tra cui il sottoscritto. La rivolta sfocia in un’assemblea tumultuosa, cui partecipa, incupito e taciturno, lo stesso Casalegno. Ma dopo l’ennesima filippica di uno dei ribelli, il vicedirettore scatta in piedi e abbandona la sala, lui di solito così compassato, gridando: “Siete una manica di stronzi!”. Ci sarebbe voluta la Nagant di Raffaele Fiore, due mesi dopo, per farci aprire finalmente gli occhi. È vero, eravamo degli stronzi, o forse degli imbecilli.

L’insubordinazione verso il direttore ci sembrava un gesto più chic, più “libertario” dell’intransigenza contro i terroristi. Personalmente, non ho mai smesso di pentirmi di aver firmato quel documento.

E gli altri della lista?

Coraggio, colleghi, se ci siete, battete un colpo.

RICCARDO CHIABERGE

postato da: coaloalab alle ore 22:12 | link | commenti (30)
categorie:

Commenti
#1   26 Novembre 2007 - 10:40
 
Grazie per aver riportato questo contrappunto: è giusto che venga diffuso. Troppo raramente si ha il coraggio di rivedere il proprio passato criticamente e di ammettere i propri errori. Il passo successivo, credo, sarebbe di rimanere coerenti con le posizioni prese ora, e sono sicura che, se a Chiaberge capitasse una situazione simile a quella di trent'anni fa, agirebbe diversamente.
Ammirevole je m'accuse
Silvia
utente anonimo

#2   26 Novembre 2007 - 10:41
 
E gli altri giornalisti di allora, sono venuti fuori? Aspetto notizie!
Melissa P
utente anonimo

#3   26 Novembre 2007 - 10:46
 
Il problema è che, se le cose non cambiano nei secoli, tanto meno nel giro di 30 anni. Oggi vediamo la stessa paura, la stessa ipocrisia, forse anche peggio. Quando impareranno gli uomini ad affrontare il mondo a testa alta e a tener fede a idee (che non dovrebbero essere ideali, ma doveri!) fondamentali di libertà e rispetto umano?
Creiamo uomini degni che, come me, non hanno paura..
Beowulf- non quello del film
utente anonimo

#4   26 Novembre 2007 - 13:40
 
Cara Silvia,
proprio così: è una dote rara riconoscere i propri errori, soprattutto a distanza di decenni.
A presto, Roberto
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#5   26 Novembre 2007 - 17:41
 
Segnalo che su
www.massimocoppa.ilcannocchiale.it/post/1672091.html
Si legge:
Oggi la prima pagina dell’inserto culturale domenicale del “Sole 24 Ore” contiene un editoriale del curatore, Riccardo Chiaberge, che è un pugno nello stomaco di ogni giornalista italiano, specie se non più giovanissimo.

Prendendo spunto da una mostra sui cosiddetti “anni di piombo”, Chiaberge ricorda l’assassinio di Carlo Casalegno, freddato dalle Brigate Rosse nel novembre 1977, or son giusto trent’anni.

Allora Casalegno lavorava alla “Stampa” di Torino, come del resto l’attuale curatore della “Domenica” del “Sole 24 Ore”.

Pochi giorni prima il direttore del quotidiano, Arrigo Levi, aveva risposto ad un volantino di minaccia dei terroristi annunciando la sua fiera resistenza intellettuale, ed accusando il movimento politico “Lotta Continua” di Adriano Sofri di fiancheggiare la violenza brigatista.

Allora (come oggi) molti giornalisti avevano il cuore a sinistra, oltre ad essere ciechi verso l’insorgente violenza rossa: era l’epoca dei “compagni che sbagliano” e delle Brigate Rosse sospettate di essere in realtà fascisti provocatori travestiti.

Ci fu una levata di scudi all’interno della redazione. Venne redatto e firmato da molti un documento di censura alla direzione, e tra i firmatari c’era lo stesso Chiaberge il quale, molto onestamente e coraggiosamente, oggi rivela di aver firmato e di pentirsene da trent’anni, almeno da quando è stato ucciso Casalegno.

Chiaberge ha durissime parole di critica verso sé stesso, ed è da ammirare per questo. Velenosa, però, la conclusione della sua riflessione: “Non ho mai smesso di pentirmi di aver firmato quel documento. E gli altri della lista? Coraggio, colleghi, se ci siete battete un colpo”.

Qualcuno farà autocritica? Sia consentito dubitarne.
utente anonimo

#6   26 Novembre 2007 - 18:12
 
In quel periodo, noi extraparlamentari, avevamo ben chiara la posizione dei quotidiani, compresa l'unità, la stampa etc.
Il mondo dei media non percepì nulla di cosa stesse accadendo e brancalavano nel buio completo, realizzando editoriali e prese di posizioni ininfluenti. Le brigate rosse, personalmente le seguivo non sociologicamente, ma con interesse perchè rappresentavano con le contraddizione che ponevano, fabbrica,lavoro,nato, sindacato, uno scenario condivisibile che nè noi extraparlamentari nè la sinistra storica, si ponevano. La logica era semplice, gli extraparlamentari facevano movimento, compreso il manifesto, e quando si trattava di decidere si delegava al pci o alla cgil. Il caso Casalegno o qualsiasi giornalista, era nell'aria e lotta continua non c'entrava nulla. Non voglio essere cinico, ma in quel periodo la "democrazia" erano i poteri forti e la sinistra pensava solamente a come entrarci, abbandonando il mondo operaio e dei lavoratori in genere. Uccidere è esecrabile ma le motivazioni in condizioni di guerra mutano. Quel periodo ha dimostrato definitivamente che l'Italia è un paese di "centro" di forte "centro", ed oggi finalmente e (purtroppo) l'abbiamo scoperto.
Scusa la strigantezza.
Michele
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#7   26 Novembre 2007 - 18:21
 
A volte dietro una vicenda vi sono ragioni che noi, comuni mortali, sconosciamo e spesso capiamo davvero poco.
L'uccisione di Casalegno, rivendicata dalle BR, in un triste periodo della nostra storia patria, periodo denominato degli Anni di Piombo, fu una di quelle che colpivano i cosiddetti collaboratori della stato. Certo Casalegno e la Stampa di quel periodo lottavano contro il terrorismo, adoperando spesso parole dure. I terroristi avevano attaccato un uomo di cultura, profonda cultura, un vero giornalista, ma anche un difensore dei diritti civili e, uccidendo lui, desideravano indicare che erano pronti anche a colpire chiunque gli ostacolasse il cammino.
Ricordare oggi Casalegno ci porta, amio avviso, a due considerazioni principali: una è quella del diritto d'espressione, di pacifica espressione, l'altra il diritto alla libertà, espressione e libertà che bisogna coltivare. Più di ogni altra cosa, bisognerebbe accettare il nostro passato storico - anche se triste, funesto -, evitare di ripetere gli stessi errori e guardare il futuro con occhi pieni d'esperienza, in fin dei conti, si dice, la storia è - dovrebbe essere - maestra di vita.

C'è una cosa che risalta negli anni settanta: lo sviluppo economico, l'inizio di una sfrenata materialità, ma nello stesso tempo l'introspezione, il diffondersi della ricerca interiore. Gli anni settanta hanno avuto una doppia connotazione: una, bellica, l'altra pacifica, come a dire che accanto alle pallottole ci può essere anche chi ama la pace.

Rino, ringraziando.
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#8   26 Novembre 2007 - 18:26
 
il guardarsi indietro per riscrivere la storia è inutile e velleitario come l'atteggiamento di quelli che ora F. critica

ha regolato i conti con la sua coscienza e va bene, ma la storia non la si cambia...

Credo che l'autocritica e la consapevolezza della "realtà" andavano fatte in quel contesto...

Io ho vissuto una realtà "precedente" il 1968, ma siamo in tema e l'anno prossimo sarà il quarantennale, chissà cosa verrà fuori nelle celebrazioni!
Ne ho scritto sul mio blog
http://mianonnaincarriola.splinder.com/post/12498535
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#9   26 Novembre 2007 - 18:36
 
Mi scuso se rubo spazio.
Il culto della "rimozione" è una peculiarità tutti nazionale. A questo non trovo spiegazione se non l'egoismo, il buonismo e "siamo tutti fratelli", che non porta a nulla.
Stimo la Francia e i francesi perchè loro la "rivoluzione" l'hanno fatta e si vede, noi ancora abbiamo due itale se non tre, abbiamo mastella, mimum, veltroni,montezemolo che rappresentano la "rimozione" come modello di società.
L'elogio della rimozione non è di adesso, pensiamo al fascismo, alla chiesa. La storia contemporanea non si può studiare adesso ma quella precedente?
Michele
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#10   26 Novembre 2007 - 18:41
 
Ottimo dibattito,
per commento 8: domenica sul Sole24Ore Chiaberge parlava proprio del '68 e della sua Ouverture a Torino nel 1967.
Da vedere anche quel pezzo.
Per Rino. Grazie per la tua profondità.
Michele. La storia degli anni Settanta la studieremo sine ira et studio tra vent'anni.
Roberto
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#11   26 Novembre 2007 - 18:51
 
@Michele ...non per fare dibattito credo che la storia non vada rimossa ma credo con altrettanta fermezza che non si debba riscrivere proprio perché è storia e non c'è possibilità di rewind.
Per le autocritiche e le analisi dipende da quando avvengono ...
troppo tardive hanno valore solo per mettersi in pace con la "propria" coscienza...

Su quel periodo storico ho la mia idea: da una parte si è bruciata una generazione e dall'altra si è persa un'occasione per cambiare...
Ed in quel contesto credo ci fossero tutti gli elementi per poter fare la scelta giusta, ma non si volle ragionare.
L'episodio raccontato da L. è significativo e sottoscrivo la frase di Casalegno.
L'ho detta anche io, in circostanze forse meno drammatiche ma i destinatari erano della stessa tipologia.
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#12   26 Novembre 2007 - 18:56
 
errata-corrige

F. mi riferivo a Chiaberge
chissà per quale strano meccanismo associativo della memoria mi è venuta fuori la sigla F.
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#13   26 Novembre 2007 - 19:10
 
Sono del 1950.
L'anno scorso dei giovani maturità liceo mi fecero delle domande per una tesina all'esame di stato(giovani comunisti) Le domande erano queste:
1) Perchè Pasolini era fascista.
2) Perchè non avete fatto la rivoluzione.
3) E' vero che Che Guevara ha creato il '68?
Ovviamente ho cercato di dare delle risposte semplici.
Michele
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#14   26 Novembre 2007 - 19:15
 
Michele della ignoranza "crassa e supina" di quei ragazzi la responsabilità la dobbiamo ripartire in parti uguali tra scuola/famiglia/televisione

ma non è un male tanto diffuso, ho un figlio di 22 anni che non è così capra
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#15   26 Novembre 2007 - 19:16
 
mi hai invitato a parlare di fatti che sono avvenuti prima della mia nascita. in realtà non capisco molto questo episodio. mi sembra qualcosa di inutile e al limite troppo personale. un come sempre plateale autoassolversi accusando.
io ho un concetto di responsabilità che va oltre.
che vuoi che ti dica degli anni settanta? io posso parlarti di come si comportavano negli anni novanta quelli che negli anni settanta erano giovani... cioè i miei genitori, i loro amici.
ci scrivo anche un romanzo ;)
peace and love
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#16   26 Novembre 2007 - 22:44
 
In qualche modo ammirevole. Al di là di quello che si pensi della lotta armata e del contesto storico degli anni '70, credo che un'ammissione di colpe sia sempre utile. Per chi legge, per chi ci riflette su. Fa bene. Va bene.

Sulle BR, sui "fiancheggiatori", sul rapporto stampa-lotta armata ci sarebbe da scriverci un romanzo, magari da qualche autore che quegli anni non li ha vissuti. Neutralità, sobrietà.

Vado a riguardarmi le bozze dell'ultimo malloppo. Giovedì consegna.

Un abbraccio

Lorenzo

Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente LorenzoMazzoni

#17   26 Novembre 2007 - 22:50
 
Sono troppo 'giovane' per aver fatto il '68, ma abbastanza vecchia per aver vissuto gli anni di piombo come spettatrice. Sono stampate nella mia memoria le immagini delle stragi, da piazza Fontana a piazza della Loggia, del rapimento Moro e ricordo soprattutto il clima di paura che si respirava in una città 'eversiva' come la mia Genova. Ammiro Chiaberge che a distanza di 30 anni fa il 'je m'accuse' per non aver sostenuto chi voleva esercitare la propria libertà di espressione, anche se tardivo. Ma sono altrettando d'accordo con chi avversa la rimozione e sono soprattutto contro il revisionismo storico.
E hai ragione Roberto sul fatto che 'questa' storia non sarà materia di studio per molto tempo ancora.
Ho paura che la ragione sia molto più semplice di quello che crediamo: non è ancora conclusa...
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#18   26 Novembre 2007 - 22:52
 
Ciao Lorenzo,
mi auguro anch'io che qualcuno - che sappia scrivere comme il faut - inizi a scrivere un libro sui 70 parlando di politica, discutendo di quei tragici eventi, ricordando le persone dell'epoca, anche quelle che non ci sono più.
In bocca al lupo per il tuo lavoro!
Per Michele il gran stringato: grazie per i tuoi interventi. Non concordo però sulla stima ai francesi!
Per Raffaele (tra le altre cose è uno spasso il tuo Blog "Mianonnaincarriola"): Per fare la storia occorre essere rivisionisti. Sempre.
Per Miss Hardy: suvvia, non è più tempo per p.&L.
Sullo scrivere un romanzo sugli anni 70 - sobrio - come dice Lorenzo, questo è il problema. Chi ne ha voglia batta un colpo!
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#19   26 Novembre 2007 - 23:05
 
Cara Rox,
ho visto ora il tuo messaggio,
Essere storici significa essere necessariamente revisionisti.
We don't like the word «revisionism».
Sul Frankfurter Allgemeine Zeitung del 6 giugno 1986 lo storico tedesco Ernst Nolte pubblica un intervento dal titolo Il passato che non vuole passare. Da lì sono iniziate le "grane".
Il revisionismo storico è necessario. L'importante è che sia storico e non politico.
Ne riparleremo. Promesso.
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#20   26 Novembre 2007 - 23:20
 
Mon Cher... sono certa che ne riparleremo... e non vedo l'ora di ascoltare le tue opinioni in merito e quelle degli altri amici che qui mi hanno preceduta.

Dolce notte!
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente DreamLady

#21   26 Novembre 2007 - 23:36
 
forse chi fa storia deve per forza di cosa "raccontarla" che è attività diversa dal vivere gli avvenimenti

se i fatti sono tanto vicini ci si riesce ?

ho i miei dubbi
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#22   27 Novembre 2007 - 14:41
 
Ero tanto giovane, pensavo alle ragazze...:-))
Però ho tratto le mie conclusioni. Primo.
Come dice Bocca, nessuno nella sinistra - salvo Sciascia - ha vapito che la loro logica era rivoluzionaria.
Delirante, d'accordo, ma rivoluzionaria. Era una balla clamorosa il dire "le sedicenti BR", perché nessuno, ma proprio nessuno se la sentiva di ammettere che la sinistra potesse partorire qualcosa del genere.
E invece...
Invece le parole sono pietre, e a furia di tolerare slogan del tipo "uccidere un fascista non è reato", siamo arrivati lì.
Negli anni '80 è arrivato il riflusso, poi Craxi, poi Berlusconi.
Indovinate un npo' perché?
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente DatieFatti

#23   27 Novembre 2007 - 18:28
 
La memoria, non solo quella storica, ha il compito di non mettere in soffitta eventi e ricordi che possono darci insegnamento; anche in un momento cronologicamente lontano. Se ne parla tanto e retoricamente, poi la rivisitazione autocritica del nostro passato personale la fanno in pochi. Grazie di averle dato spazio.
Alessio
utente anonimo

#24   27 Novembre 2007 - 20:00
 
Sono nata nel 1982 e quegli anni non li ho vissuti, di certi fatti fortunatamente non sono stata spettatrice. Ma certamente ne sono venuta a conoscenza. Dico come altri che ammettere le proprie colpe mi sembra giusto, com'è giusto riportare testimonianze.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente ValentinaD

#25   28 Novembre 2007 - 10:18
 
"Sul Frankfurter Allgemeine Zeitung del 6 giugno 1986 lo storico tedesco Ernst Nolte pubblica un intervento dal titolo Il passato che non vuole passare. Da lì sono iniziate le "grane"."

Potresti eplicitare? Questo tale Nolte è per caso quello storico che, fra l'altro, scrisse che, semplificando, Hitler era la risposta a Stalin e che i lager tedeschi avevano preso spunto dai gulag sovietici?
Molti cordiali saluti, Gaetano.
utente anonimo

#26   28 Novembre 2007 - 19:27
 
Proprio quel Nolte.
Ritornando al "Sole" e a Riccardo Chiaberge bisogna riconoscere che il giornale economico è l'unico che parli di Casalegno in quella maniera.
Ammirevole il "je m'accuse" di Chiaberge.
Ma non si sono fatti vivi gli altri. Io sono un lettore della Stampa ma non mi sono accorto di nulla in questi giorni.
Silenzio assoluto su quella riunione di redazione.
Che gente!
Alberto
utente anonimo

#27   28 Novembre 2007 - 19:35
 
Dimenticavo.
Trovo che la Stampa deve in qualche modo fornire una spiegazione e non far cadere nel vuoto le parole di Chiaberge.
O perderà un lettore. Grazie Roberto per lo spunto molto interessante.
Alberto
utente anonimo

#28   28 Novembre 2007 - 22:44
 

“je m’accuse” di Chiaberge a parte, sarebbe interessante sapere se oggi il Governo avrebbe trattato con i terroristi per liberare Moro. Personalmente credo di si
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#29   29 Novembre 2007 - 17:35
 
Giusto non dimenticare...

Giulio
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#30   30 Novembre 2007 - 15:33
 
Cara Rox, certo che riparleremo di storia e revisionismo (caro Gaetano, anche di "quel" Nolte). Riparleremo anche di alcune cose solo accennate: Sciascia e la logica rivoluzionaria delle br, di Moro (qui mi sarebbe piaciuto avere il parere del Conte su due film assai diversi: "Piazza delle Cinque Lune" di Renzo Martinelli e quello di Bellocchio) e spero ancora del "je m'accuse" di Riccardo Chiaberge.
Grazie anche a Valentina, Alessio, Gaetano e Alberto. Come dice Giulio l'importante è ricordare.
Giusto!
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