
Nel 1927 usciva presso l’editore Formiggini, nella celebre e fortunata collana di «Profili», una splendida biografia su Napoleone. L’autore era uno storico quarantenne, Pietro Silva, allievo di Gaetano Salvemini alla Scuola Normale di Pisa. Silva, nato a Parma nel 1887, morto a Roma nel 1954, fu uno dei maggiori e più conosciuti autori di divulgazione storica: accanto agli studi come Il Mediterraneo dall’unità di Roma all’unità d’Italia, scrisse agili manuali di storia e collaborò al “Corriere della Sera” negli anni della direzione di Luigi Albertini.
Il testo su Napoleone spicca per la qualità della scrittura, raffinata e serrata, e per l’acuta interpretazione di un’epoca storica che ha forgiato la società moderna.
L’inizio del libro è originale, lontano dal filo cronologico consueto: da Ajaccio alla pianura di Waterloo. La biografia napoleonica comincia con un intenzionale flash-back dall’Isola. È a Sant’Elena, sull’altopiano di Longwood «battuto ed arso dai venti africani», che inizia la narrazione di una vita che – come tutte le vite – si comprende solo dalla sua fine. Quella di Napoleone, in particolare, parla il linguaggio di un Prometeo, di un «figlio dell’uomo» nella cui vita e nella cui figura «apparisse – scrive Silva – riassunta e simboleggiata tutta l’eterna e alterna vicenda della sorte umana».
Attacco di gran classe, romantico, beethoveniano, con il suo richiamo al tema del destino. Un destino che, sventolato enfaticamente o gravemente come nelle note dell’Eroica di Beethoven, ritorna nelle pagine di Silva senza esagerazioni.
L’azione del destino è chiaramente visibile nell’epilogo dell’avventura imperiale a Waterloo, specialmente se si paragona tale battaglia a quella di Marengo, che quindici anni prima circonfuse di gloria gli inizi del Consolato.
C’è questo tocco d’elegante stile letterario in Silva, utile a far comprendere il lato molto umano dell’eroe romantico per eccellenza. Ma c’è in più soprattutto il rigore dell’analisi sire ira et studio: lo storico con gran perizia affronta gli avvenimenti dell’epoca napoleonica, distinguendo gli eventi effimeri da quelli decisivi, come il rafforzamento del sea-power inglese. Esso determina uno squilibrio profondo tra le forze in campo che va ben al di là di quelle straordinarie, ma mai autenticamente efficaci vittorie napoleoniche, che Waterloo fisserà per sempre nella leggenda di una gloriosa disfatta.
Per dirla con il grande Jacques Bainville: «Austerlitz, ma Trafalgar». Espressione che riassume il paradosso della più trionfale, ma forse anche della più inutile, vittoria dell’imperatore. Il sole che splende ad Austerlitz, il 2 dicembre 1805, non può far dimenticare la débâcle del 21 ottobre
Ora il Napoleone di Silva è ripresentato nella collana di studi diretta da Giovanni Brancaccio con un’introduzione del massimo storico dell’imperatore in Italia, Luigi Mascilli Migliorini, che valuta la biografia di Silva come una delle migliori della sua epoca. L’opera di Silva, infatti, ha saputo cogliere e anticipare l’atmosfera nella quale sarebbe nata la più bella biografia su Napoleone, quella di Jacques Bainville, e persino l’impronta critica impressa dalla scuola di un grande storico come Georges Lefebvre, che sottrae a Napoléon la classica aura eroica. L’imperatore di Silva, come nota Mascilli Migliorini, è un personaggio «toccato dalla lettura che ne aveva fatto Nietzsche alla fine del secolo precedente, ma non ancora investito dalle comparazioni a cui lo costringeranno da varie e contrastanti posizioni i drammi delle dittature novecentesche».

Pietro Silva, «Napoleone», Millennium, Bologna, pagg. 80, € 8,00.

Nella splendida Villa Vidua di Conzano (in provincia di Alessandria), domenica 31 maggio, alle 18.00, si è presentato il libro di Roberto Coaloa, “Carlo Vidua e l’Egitto” (Linea BN

Silvio Curto (in piedi, nella foto in alto) è il più noto egittologo italiano (nato a Bra nel 1919).
Direttore per oltre venti anni del Museo Egizio di Torino, tra i suoi titoli figura quello di Accademico di Francia. È socio dell'Accademia delle Scienze di Torino, della Académie des Inscriptions et Belles Lettres di Parigi, dell'Institut d'Egypte e Istituto Archelogico Germanico, Officier de l'Ordre des Arts et des Lettres de France, Medaglia d'Oro per i Beni Culturali in Italia, Commendatore della Repubblica.
Ufficiale nella Divisione "Superga" dal 1941 al 1946; Campagna d'Africa. Ispettore presso
Andrea Testa è nato a Casale Monferrato nel 1958. Laureato in storia moderna a Genova, ha conseguito il dottorato di ricerca con una tesi in storia americana, relativamente alla guerra civile (1861-1865). Si è occupato di problemi di storia politica degli USA a partire dai viaggiatori europei del sec. XIX, in particolare Carlo Vidua, per arrivare ai temi del federalismo e della politica estera in ambito contemporaneo. Un altro importante interesse è legato alla storia militare degli USA, di cui ha analizzato la guerra del Vietnam. Attualmente è professore a contratto di Storia delle dottrine politiche presso l’Università Cattolica di Piacenza.
Silvio Curto ha sottolineato l’importanza e la novità del saggio “Carlo Vidua e l’Egitto”: «uno studio brillante, decisivo per l’interpretazione di Vidua egittologo e cruciale per la storia delle esplorazioni».
Il saggio di Coaloa è basato sull'interpretazione di fonti inedite, in particolare quelle del "Fondo Vidua" dell'Accademia delle Scienze. I taccuini di viaggio sull'Egitto sono per la prima volta pubblicati.

Roberto Coaloa, «Carlo Vidua e l’Egitto», Linea BN
Libreria del Museo Egizio di Torino,
Via Accademia delle Scienze, 6
10123 Torino
Libreria Labirinto
Via Benvenuto Sangiorgio, 4
15033 Casale Monferrato (AL)
Libreria Coppo
Via Roma, 85
15033 Casale Monferrato (AL)

Elena Loewenthal (nella foto) è nata a Torino nel 1960. È narratrice e studiosa di Ebraistica. Nel corso degli anni ha tradotto e curato molti testi della tradizione ebraica e d'Israele. Per questo intenso lavoro ha ricevuto nel 1999 un premio speciale da parte del Ministero dei Beni Culturali. Per Adelphi ha curato l'edizione italiana dell'opera di Louis Ginzberg (1873-1953), Le leggende degli ebrei. Ha pubblicato insieme a Giulio Busi per Einaudi Mistica ebraica. Tutti testi della tradizione segreta del giudaismo dal III al XVIII secolo. Per Einaudi ha curato anche il volume Haggadah. Il racconto della Pasqua (2009).
Insegna Cultura ebraica alla Facoltà di Filosofia dell'Università Vita e Salute San Raffaele di Milano e scrive su
Tra i suoi numerosi saggi: Un'aringa in Paradiso. Enciclopedia della risata ebraica (Baldini Castoldi Dalai, 1997), L'ebraismo spiegato ai miei figli (Bompiani, 2002) e Scrivere di sé. Identità ebraiche allo specchio (Einaudi, 2007). Ha inoltre pubblicato i romanzi Lo strappo nell'anima (Frassinelli, 2002), Attese (Bompiani, 2004) e Dimenticami (Bompiani, 2006). Il suo ultimo romanzo, che verrà presentato a Moleto, Conta le stelle, se puoi (Einaudi, 2008) è la storia di Moise Levi e della sua famiglia in un'Italia in cui a Mussolini è preso "un colpo secco" nel 1924.
IL ROMANZO “CONTA LE STELLE, SE PUOI”
Elena Loewenthal studia la cultura ebraica e la storia degli ebrei in Piemonte da molto tempo: l’attento lettore può documentarsi con un suo bel saggio, Vita ebraica a Torino fra '800 e '
In quello studio si nota che il quadro della comunità ebraica torinese appare oggi “vago” e “impreciso”. Infatti, gli archivi dell’Università Israelitica: «spettro demografico della comunità in un’epoca in cui gli ebrei non vengono più censiti in quanto tali dall’autorità pubblica ai fini di speciali imposizioni fiscali, bruciarono completamente nel corso del bombardamento che il 20 novembre 1942 devastò il tempio e la sede della comunità». Manca, come osserva Elena Loewenthal, l’elemento fondamentale per lo storico: le fonti, i documenti. E quindi, perduta irreparabilmente la conferma “ufficiale” dei tratti di questa vita ebraica torinese, occorre attingere alle tradizioni e ai ricordi strettamente privati e intimi.
Elena Loewenthal conosce nei minimi particolari la storia degli ebrei piemontesi, grazie soprattutto a questa grande tradizione orale, perpetuata nei decenni, nonostante
Elena Loewenthal propone in un romanzo di ricostruire quella storia, a modo suo: in modo originale, fantastico e indimenticabile.
Una storia possibile. Una storia che poteva essere possibile.
Moise Levi, “Moisìn”, ha solo ventitré anni la mattina di fine estate in cui lascia Fossano portandosi dietro un carretto di stracci. Vuole andare a Torino a far fortuna, e non può immaginare che quello sia solo l'inizio di una lunga storia. Perché Moise possiede un fiuto eccezionale per gli affari e per i sentimenti: darà il via a una florida ditta di commerci nel ramo tessile, e avrà due mogli, sei figli e un'infinità di nipoti sparpagliati ai quattro angoli del mondo. Dopo la grande guerra mondiale e quel "brutto spettacolo" della marcia su Roma, finalmente la vita di tutti ha ripreso il suo corso. Meno male che nel


Domani, giovedì 14 maggio, alla Fiera Internazionale del Libro di Torino, Roberto Coaloa presenterà il suo “Carlo Vidua e l’Egitto” (edito da Linea BN
Il formato del volume è molto bello. La prima edizione è in copie numerate. "Carlo Vidua e l'Egitto" è stato composto con ogni cura, scegliendo una raffinatissima carta, etc. etc. Tutto questo grazie al mitico direttore editoriale Roberto Meschini, che – è bastata una semplice telefonata – ha sposato subito il progetto di fare lo snello libro sul conte Vidua.
Questo volumetto anticipa una più ampia ricerca che il sottoscritto sta facendo presso l’Accademia delle Scienze di Torino e che vedrà la luce presso le “Memorie” dell’Accademia. Il testo “Carlo Vidua e l’Egitto” è basato sullo studio e l’interpretazione di molte carte inedite, in particolare quelle del “Fondo Vidua” dell’Accademia delle Scienze. I taccuini di viaggio sull’Egitto sono per la prima volta pubblicati.
Ora vi racconto il perché di questo libro, perché è stato necessario scriverlo ora, in occasione di questa “febbre egiziaca” che ha contagiato Torino. Vi emerge – spero – la figura di un intrepido viaggiatore dell’Ottocento e della sua esperienza nella terra dei Faraoni.
“Carlo Vidua e l’Egitto” è anche un piccolo omaggio al Paese africano, ospite della Fiera Internazionale del Libro di quest’anno.
Appuntamento, quindi, domani, dalle 12.00 alle 14.00 alla Sala Azzurra della Fiera Internazionale del Libro.
Nella foto in alto: Iscrizione di Carlo Vidua al Tempio di Sethi (Tebe Ovest). Fotografia di Maurizio Re, aprile 1989.
In basso: con un ritratto di Carlo Vidua al Museo Civico di Casale nel 1996.

Agli inizi dell’Ottocento erano pochi gli europei in viaggio in Egitto che, risalendo il Nilo, avevano superato l’isola di File. Nessuno si era mai avventurato più in là di Derr, allora capitale della Bassa Nubia.
Carlo Vidua (1785-1830), il viaggiatore più intrepido dell’Ottocento, compì quell’impresa: il suo viaggio in Egitto è un capolavoro.
Vidua arrivò ad Alessandria il 27 dicembre 1819 e ripartì dall’Egitto il 12 agosto 1820. Simile all’ufficiale di marina Frederick Norden, Vidua viaggiò sul Nilo in battello. A differenza di Norden, che non lo lasciò mai, limitandosi a osservare da lontano con il cannocchiale i monumenti nubiani, Vidua visitò il tempio di Abu Simbel, facendo accurate esplorazioni, sfidando i coccodrilli, armandosi fino ai denti per contrastare gli attacchi di pericolosi banditi. Vidua visitò i templi, facendone per primo una puntuale descrizione degli esterni e soprattutto degli interni. I suoi taccuini di viaggio conservati all’Accademia delle Scienze di Torino, inediti, raccontano quell’incredibile avventura ad Abu Simbel, iniziata all’inizio del marzo 1820 e proseguita in quattro intensi e proficui giorni tra il 24 e il 27 marzo 1820. Vidua eseguì disegni esterni di notte, alla luce della luna, per difendersi dal caldo e fece lunghe visite all’interno del tempio.
Johann Ludwig Burchardt vide Abu Simbel nel 1813, ma non potè entrare. William Bankes, consigliato dallo stesso Burchardt, visitò il tempio nel 1815, ma senza nessun interesse scientifico. Giovanni Battista Belzoni e Bernardino Drovetti videro per la prima volta il tempio nel 1816, ma non riuscirono ad entrare. Nel giugno del 1817, Belzoni, insieme a Frederick William Beechey, Giovanni Finati, Charles Leonard Irby, James Mangles, compì una grande spedizione e riuscì ad entrare all’interno, dopo lunghi lavori, all’inizio dell’agosto 1817, non riuscendo però a compiere le misurazioni a causa della temperatura a
La stessa sorte ebbero coloro che entrarono nel monumento dopo Carlo Vidua: Cooper, John Christie e Casati nel 1821, Cailliaud nel 1822 e Rifaud, durante la sua seconda spedizione ad Abu Simmel. Nessuno riuscì a compiere dei disegni e delle misurazioni dell’interno di Abu Simbel. Vidua, invece, riuscì in quell’incredibile impresa.
Per un altro motivo il viaggio di Vidua in Egitto è un vero capolavoro. Si deve a lui, infatti, l’acquisizione della collezione di Drovetti, che porterà alla nascita del Museo Egizio di Torino.
Da Atene, il 1° aprile 1821, Carlo Vidua scrive a suo padre Pio Vidua, figura di primo piano nella corte del Regno di Sardegna: «Le raccomando l’unito foglio a Cesare Saluzzo per l’affare del museo Egiziaco. Spero aver reso un servizio al nostro paese, inducendo il sig. Drovetti a lasciare le trattative già molto inoltrate colla Francia, e a preferire la sua patria per l’acquisto del suo museo veramente unico. – Ho ricevuto un sì decisivo. Questo affare è stato interamente immaginato da me».
Proprio per la fama procuratasi tra gli egittologi del periodo, Jean-François Champollion lo cercò per la grande spedizione franco-toscana in Egitto, ma Vidua era già lontano, impegnato in altri viaggi.

Roberto Coaloa, «Carlo Vidua e l’Egitto», Linea BN
Propongo un mio articolo Da mozzo a generale su un’originale biografia dedicata a Nino Bixio. Il pezzo è uscito sul supplemento culturale de “IlSole-24Ore” Domenica, 26 aprile 2009, pag. 32. L’opera di Jean-Jacques Villard getta nuova luce sulla figura del combattente del Risorgimento. Aggiungo che la bella biografia su Bixio mi era stata segnalata da Roberto Guerri, direttore del Museo del Risorgimento di Milano, che qui ringrazio: per la sua cortesia d’antan e per il suo impegno nel tener viva la memoria del secolo romantico.

La vita di Nino Bixio, il compagno di Garibaldi, il «secondo dei Mille», è un autentico romanzo di avventure. Nato a Genova il 2 ottobre 1821, ultimo di otto figli, Bixio fu imbarcato dal padre, appena tredicenne, come mozzo su una nave mercantile. La vita di mare, fatta d’azione e disciplina, forgiò un uomo dall’innato perfezionismo e dai modi ipercritici. Ritornato in Italia, Bixio diventò leggendario nell’impresa dei Mille. Garibaldi contribuì al mito con la frase: «Bixio, qui si fa l’Italia o si muore!».
La sua vita è stata raccontata come un «poema di eroismo e virtù». Giuseppe Guerzoni scrisse una biografia nel 1875 per l’editore Barbèra; Girolamo Busetto pubblicò nel 1876 un profilo, dedicato a Giovanni Lanza, «collega ed amico carissimo di Nino Bixio», nel quale si esaltò il carattere dell’uomo, che da mozzo diventò generale e che impersonò meglio di altri il «garibaldinismo». Queste opere, però, caratterizzate dall’impresa dei Mille, mancavano di cogliere le molteplici sfaccettature di una figura governata da una folle ansia romantica. Dopo l’Unità, Bixio è scagliato da un continente all’altro, spinto da una forza ignota: la vita attiva, la vita che si muove, si muove verso la morte. Bixio, il 16 dicembre 1873, morì nel mare di Sumatra, colpito da febbre gialla.
Jean-Jacques Villard, pronipote del generale garibaldino, ne ricostruisce la vita, affidando la narrazione ad un vero e proprio memoriale, che l’editore Viennepierre pubblica ora per la prima volta in Italia. Le preziose note autografe di Bixio furono trovate dalla figlia Giuseppina e poi generosamente donate dalla stessa alla cugina Abeille (figlia d’Alessandro Bixio, fratello di Nino), ossia la nonna di Jean-Jacques Villard. Gli elementi inediti di questo volume sono gli anni giovanili e la rivelazione d’aspetti privati: questa biografia “parla” di lui sia con la pregevolezza del testo di Villard sia attraverso le note di diario che Bixio aveva lasciato manoscritte.

Jean-Jacques Villard, «Nino Bixio», Viennepierre, Milano, pagg. 272, € 25,00.

Silvia Oggioni propone la recensione, "Vento di libertà nella Torino di Gramsci e Gobetti" sul saggio La libertà uguale di Franco Sbarberi.
Lezioni in via Mercalli 21. Aula S02. Martedì dalle 16.30 alle 18.30.
La lezione di martedì 7 aprile non ci sarà. Riprendiamo martedì 21 aprile, dopo Pasqua e il periodo di chiusura dell'università. (Roberto Coaloa)
"VENTO DI LIBERTA' NELLA TORINO DI GRAMSCI E GOBETTI"
Di Silvia Oggioni
L’esigenza di libertà intesa come esercizio di un diritto condiviso è il filo conduttore che tiene uniti i vari autori della storia trattati in “Utopia della libertà uguale” di Franco Sbarberi. La panoramica dell’idea di libertà vista come prospettiva di medietà sociale ed economica è trattata dal saggio storico in cinque capitoli. Gramsci e Gobetti partono dall’analisi dello sviluppo industriale della Torino degli anni Venti. Credono nella mobilitazione delle masse operaie organizzate con rigore gerarchico condotte non dall’immobilità borghese, ma dal nuovo dinamismo industriale, garante di libertà. Il pensiero di Rosselli applica al socialismo i metodi liberali: l’individuo deve spingersi verso un’autonomia intellettuale di partecipazione attiva alla vita politica, in un contesto democratico e produttivamente autogestito. Calogero è esaminato da un punto di vista filosofico, aperto a un orizzonte di stampo fortemente cristiano, propone il volontarismo etico come forma di tirocinio generale al senso della giustizia mediante la combinazione di tre principi che hanno civilizzato l'uomo: l'amore per il prossimo, la libertà e l'uguaglianza. Calamandrei è uno dei Padri fondatori della Costituzione del 1948, e uno dei maggiori rappresentanti del liberalismo sociale di matrice azionista (dirigente politico del Partito d'azione). "La rivoluzione democratica come discontinuità dello stato" titolo del capitolo dedicato a questo personaggio storico mostra la volontà e l’esigenza di rompere la continuità istituzionale e rigida del passato di matrice fascista. Bobbio nell'ultimo capitolo è il cardine di una terza via tra socialismo e liberalismo. L'autore percepisce quindi la necessità di un progetto dinamico versatile applicabile all'individuo come stimolo alla partecipazione attiva. Il liberalismo sociale giunge quindi alla conclusione del perenne svolgimento al quale è sottoposto con il fluire storico e culturale, e alle porte del Novecento ha l’intento di porsi come garante nel congiungimento di libertà e giustizia nella costituzione democratica del presente e del futuro. Traspare talvolta l'impronta utopica da parte di autori come Gramsci o Calogero ritradotta nel presente più recente da Bobbio, tramite considerazioni più realistiche e aderenti all’ambiente storico e sociale, considerando una società molto provata e turbata dagli sconvolgimenti bellici.
Franco Sbarberi, L'utopia della libertà uguale, Bollati Boringhieri, Torino, pag. 218, euro 17.00.
Nella foto in alto: Norberto Bobbio, a destra, con Natalia Ginzburg e Vittorio Foa.

Vi propongo la mia recensione “Viaggio tra i demoni di Bucarest” uscita il 15 marzo 2009 sulla “Domenica” de “Il Sole-24Ore” sul libro di Marco Belli e Lorenzo Mazzoni, «Porno Bloc. Rotocalco morboso dalla Romania post post-comunista».

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Avrei voluto discettare anche di un’altra storia del Paese carpatico, quella di fine Ottocento e d’inizio Novecento, raccontando l’originale storia di Maria di Romania, la cui nonna era la regina Vittoria d’Inghilterra.
Potrebbe essere un altro post… intanto lascio in questo alcune foto di Maria di Romania, che intrigò anche la scrittrice inglese Virginia Woolf, lettrice e commentatrice dell’opera The Story of my Life.
Nella sua autobiografia Maria di Romania racconta “la società” della capitale Bucarest alla fine dell’Ottocento, quando, giovane principessa inglese, entrò in una delle corti più particolari d’Europa, governate dalle idee di re Carol.
Belli e Mazzoni ci raccontano, invece, la storia di un Paese che ha conosciuto da troppo vicino gli orrori del Novecento: le due guerre mondiali, i totalitarismi, la follia di Nicolae Ceausescu e ora una nuova e arrogante estrema destra.
Buona Lettura!

Viaggio tra i demoni di Bucarest
Di Roberto Coaloa
Due italiani, il fotografo Marco Belli e lo scrittore Lorenzo Mazzoni, descrivono
L’originalità del romanzo è data dalla corrispondenza tra il testo di Mazzoni e le foto di Belli: i due elementi non sono stati fusi a freddo, per così dire, ma costituiscono un corpo unico. Come nelle fotografie, anche la fiction dipinge una Bucarest vera, spesso retorica e bolsa, abitata da demoni, e non da angeli come il leggendario pianista Constantin Dinu Lipatti.
Un’immagine ritrae una scritta in romeno: “Basarab Paâmant Romanesc” (Bassarabia terra romena). Meglio di un libro di storia, le fotografie di Belli e il testo di Mazzoni descrivono un antiliberalismo nazionalista alla periferia d’Europa (aspetto rilevato soprattutto nel passato della Romania: quella di Corneliu Zelea Codreanu, il capo della Guardia di ferro, che stregò col suo credo parafascista Nae Ionescu, Mircea Elide ed Emil Cioran). I due autori raccontano oggi l’estrema destra di Vadim Tudor.
Il loro viaggio si è svolto soprattutto a Bucarest, la Parigi dell'est (com'era chiamata negli anni '30). Quel liberty "carpatico-balcanico", diretta influenza del non lontano periodo asburgico, si intravede ancora oggi: tra l'osceno, tra il "porno" dei bloc di Nicolae Ceausescu.
Diversamente da altri viaggiatori-turisti della nostra epoca, attratti da volgari safari fotografici nei paesi dell’ex blocco sovietico, e in particolare nella vampiresca “Republica Populară Romana” d’antan, Belli e Mazzoni sono due studiosi e ricercatori dalla solida preparazione accademica che conoscono profondamente il Paese.
Marco Belli è un filosofo, che ha tradotto dal romeno lo scritto di Cioran, Amurgul gindurilor (Crepuscolo dei pensieri); è diventato fotografo a Bucarest: nell'antico grand boulevard di Calea Victoriei acquistò un vetusto oggetto, una Seagull (copia cinese della Rollei), che diventò il suo primo apparecchio fotografico.
Lorenzo Mazzoni, scrittore di "belle storie" alla Graham Greene, è un attento viaggiatore che ha girato tutto il mondo: Vietnam, Laos, Egitto, Kurdistan e Yemen, solo per citare le sue ultime mete.
Interessante è anche la scelta dei due autori di non fare uno dei tanti resoconti di viaggio: Porno Bloc è, a sorpresa, un giallo con due personaggi centrali, Boris e Zoia, che si aggirano tra i bloc di Bucarest, dove le speranze di un futuro migliore tramontano nei deliri dell’alienazione. Come ammette Cioran «c’è una specie di follia in questo popolo profondamente fatalista».
«La storia di questo paese mette i brividi» è la riflessione di Boris, dal passato umano e dal presente patologico.
Lo scrittore e poeta romeno Mihai Mircea Butcovan ha scritto una postfazione a Porno Bloc, dove osserva: «Non piacerà questo libro a molti romeni che storceranno il naso. Lo leggano come un libro di fantascienza e, come i lettori di fantascienza, facciano i collegamenti che vogliono con la realtà. Ed i lettori italiani non usino questo testo per denigrare ulteriormente un paese e il suo popolo. Abbiano il coraggio di non strumentalizzare un’avvincente fantastoria, movente di fantasia ma non di morbosità».
Marco Belli, Lorenzo Mazzoni, «Porno Bloc. Rotocalco morboso dalla Romania post post-comunista», Linea BN
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La flânerie di Mario Soldati
Di Roberto Coaloa
L’ultimo “meridiano” dedicato ai romanzi brevi e ai racconti di Mario Soldati (Torino, 17 novembre 1906 - Tellaro, 19 giugno 1999) fa emergere la personalità di un grande flâneur della letteratura: di uno scrittore che sa affascinare il pubblico ed è abilissimo a giocare con il suo mestiere. Soldati traveste l’arte come mestiere e trasforma l’arte in magia, condividendo un’estetica romantica con gli scrittori che ama, da Baudelaire a Poe, nel segno della follia. Soprattutto Poe!
Per quest’ultimo motivo noi avremmo voluto che comparisse in questo “meridiano” un breve racconto, L’amico americano, che non è un colibéto, una novelletta di poca importanza (noi l'abbiamo letto in: 55 novelle per l'inverno, Mondadori, la cui prima eizione è dell'ottobre 1971; a destra la copertina). L’amico americano non c’è in questa raccolta, peccato! Il personaggio di Barton Smith, nativo di Boston (dove nacque Edgar Allan Poe), è un tipico personaggio “fantasma” alla Soldati. Il racconto è interessante anche per lo spunto autobiografico: un Mario Soldati che si ritrae a Venezia nel 1937, mentre si dedica con gran flânerie al cinema.
Mario Soldati, infatti, è uno scrittore che si dedica all'arte di “far flanella”: è uno scrittore che osserva, viaggia e annota. Soldati ha le caratteristiche del flâneur letterato: è attento alle date, all’allucinazione e all’assurdo. Gli spostamenti, le permanenze, i luoghi che ne segnano la biografia indicano i tratti di un vero flâneur della letteratura. Torino e New York, Roma e Corconio, Venezia e Milano, Villadeati e Sondrio, Ghemme e Gattinara, Cavour e Comacchio, Bardonecchia e Tellaro, costituiscono alcuni luoghi di una mappa bizzarra che ben racconta la natura di uno scrittore e viaggiatore malinconicamente inquieto.
Il primo “meridiano” su Soldati, Romanzi (Milano, prima edizione novembre 2006, pagg. 1468), ha messo in risalto - come scrive Bruno Falcetto – il Soldati «mimetico libero».
Ora, il secondo "meridiano" fa luce su altre sfaccettature della complessa personalità dell’autore torinese.
Soldati è stato anche uno scrittore autobiografico, che avrebbe voluto fare il giornalista.
Non a caso l’esordio di Soldati nella misura lunga, La verità sul caso Motta, avviene proprio con un’opera a puntate, allestita in parte come gioco con materiali e stereotipi del giornalismo sensazionalistico. Salvatore Silvano Nigro ha chiarito come la prima edizione mimasse, ironizzandolo, il gusto scandalistico dei rotocalchi, anche grazie a un apparato iconografico che puntava a intensificare il nesso testo-cornice editoriale.
Soldati ha la sua particolare flânerie: «sta fuori e dentro la trama, contemporaneamente», come ha notato Salvatore Silvano Nigro, su “Il Sole-24Ore Domenica” del 15 febbraio 2009. «Soldati si acquatta ai margini. Si traveste. Sta sotto la pagina. La scavalca e vi salta dentro. Non si stanca di mettere in scena la sua mutevole natura di mattatore».
No, più di un “mattatore”, che ci ricorda fin troppo il cosiddetto "ultimo mattatore", l’attore Vittorio Gassman, lo scrittore Soldati ci appare come il più grande flâneur della letteratura italiana.
Noi, che siamo esperti di questo tema, non abbiamo alcun dubbio: sigaro e vino (temi che sono cari alla flânerie padana) sono i simboli ostentati dallo scrittore, non solo per ironia e sana follia…
Ritorniamo all’ultimo “meridiano”, Romanzi brevi e racconti.
Certo, il lettore più attento conosce già molti degli scritti qui radunati. Si inizia con La verità sul caso Motta (ripresentato nel 2004 da Sellerio, vedi qui accanto il frontespizio); si prosegue con La confessione e Il vero Silvestri, alla raccolta di «novelle» Salmace.
Come al solito, il “meridiano”, e particolarmente questo dedicato a Soldati, è interessante per le note critiche: non solo per gli happy few ma anche per coloro che si interessano ai meccanismi sottili della scrittura, più in generale a quelli della creazione artistica. Soldati è scrittore con un senso vivissimo della forma, che si rivela in una ricorrente disposizione alla revisione, alla correzione, al ripensamento.
Si rileggono con piacere le pagine della “Cronologia” (anche se avremo voluto un miglioramento rispetto al primo volume, qualche notizia in più sui suoi ultimi anni e ampliando la parte sul periodo giovanile, fino al gran cimento del “Catalogo della Galleria d’Arte Moderna del Museo Civico di Torino. Compilato per incarico della Direzione da Mario Soldati con una nota critica, una nota bibliografica e 40 riproduzioni”).
Scopriamo che il ventenne Soldati rischiò d’essere minacciato da uno dei disturbi cerebrali più terribili per un uomo di lettere, per un artefice della parola, per uno stilista: l’afasia.
Bruno Falcetto ci mostra il momento d’afasia di Soldati descrivendo il primo incontro dello scrittore con Emilio Cecchi (nelle pagine LXXXVI-LXXXVII).
Non risulta comunque che Soldati sia stato colpito da agrafia, anzi.
Segnaliamo dell’ultimo “meridiano” anche le “Notizie sui testi”, curate da Stefano Ghidinelli (da pag.
«Basta col realismo, il documento, etc. Tristezza di ciò. Voglio inventare cose fantasiose, colorate, divertenti, e pure simboliche dell’angoscia e della profonda realtà».
Un ottimo “meridiano”, peccato che sia stato mondato da L’amico americano. Per le nostre suggestioni di “flânerie padana”, che avrebbero potuto raccontare anche molto del Soldati amico di Giorgio Bassani e di Ferrara, ci sarebbe piaciuto rivedere anche il divertente Trattoria Ariosto, dove un professore prende a pugni un oste per troppo amore dell’Ariosto.
Forse, siamo troppo pignoli! E tuttavia L'amico americano ci manca davvero in questa preziosa raccolta. Il racconto di Soldati termina così:
«Ero umiliato, avvilito, nella riflessione che il caso non esiste; che ci guidano forze ignote, legami lunghissimi, inconoscibili».
Mario Soldati, «Romanzi brevi e racconti», a cura e con un saggio introduttivo di Bruno Falcetto, “I Meridiani”, Mondadori, Milano, pagg. 1792, € 55,00.

CARLO VIDUA NEGLI STATI UNITI
L’esperienza di Carlo Vidua (1785-1830) negli Stati Uniti (9 aprile 1825-6 febbraio 1826) è interessante per la straordinaria qualità del suo modo di viaggiare, osservare e comprendere: diversamente da altri viaggiatori della sua epoca, riuscì a conoscere ben cinque presidenti degli Stati Uniti, non fermandosi ad una superficiale stretta di mano, ma stabilendo con loro un vero e proprio tête-à-tête. Il Viaggiatore conobbe John Quincy Adams (1767-1848), presidente americano dal 1825 al 1829, che si dimostrò attento a Vidua, non considerato semplicisticamente uno dei tanti “viaggiatori”.
Il 1° giugno 1825, il presidente si trattenne insieme al conte piemontese per lungo tempo, ancora il 4 giugno per una cena e poi ancora il 7 giugno, in una lunga serata, di cui Quincy Adams ci riferisce nel suo diario: «Il conte è molto curioso (“inquisitive”) riguardo alla letteratura, la storia e le istituzioni politiche di questo paese».
Il 14 giugno 1825 fu una giornata memorabile per Vidua: recatosi in visita da Thomas Jefferson (1743-1826), presidente dal 1801 al 1805 e dal 1805 al 1809, ebbe l’occasione di conversare contemporaneamente anche con James Madison (1751-1836, presidente dal 1809 al 1813 e dal 1813 al 1817), James Monroe (1758-1831, presidente dal 1817 al 1821 e dal 1821 al 1825) e Quincy Adams, presenti quel giorno a Monticello. Il rapporto tra Vidua e Jefferson continuò, sotto forma epistolare, segno che l’incontro non fu per nulla superficiale. A settembre, Vidua incontrò l’ex presidente John Adams (1735-1826, presidente dal 1797 al 1801) e nel mese successivo, a New York, il Viaggiatore ebbe modo di conoscere persone celebri come James Fenimore Cooper («autore di romanzi che non piacciono a me, ma che piacquero molto in America, Inghilterra, Francia») e Aaron Burr.
New York, per l’osservatore interessato alla vita politica, era una città complessa; l’esperienza di Vidua è importante perché incontrò i protagonisti che fieramente lottavano per il potere: oltre a Burr, il governatore dello Stato De Witt Clinton, che aveva costruito il canale Erie
De Witt Clinton era un innovatore alla pari di Burr. A New York si svolgeva la loro attività politica: Burr aveva trasformato un vecchio club patriottico jeffersoniano, la “Society of Saint Tammany”, i cui membri si riunivano in una vecchia capanna a bere, fumare e cantare, nel nucleo dell’organizzazione politica di una gran città. Clinton inventò lo spoils system, (“la divisione delle spoglie”): il sistema di distribuire cariche ai seguaci del partito vincente, con cui un governatore appena eletto ricompensava i propri sostenitori. Vidua intuì l’importanza politica del gioco politico che si svolgeva a New York, città che favorì l’ascesa di Jackson alla presidenza (che costituiva agli occhi di Vidua un cambiamento radicale nella vita politica dello Stato). La città è ricordata da Vidua in una lettera del 20 novembre 1825: «La popolazione di Nuova York cresce pure in maniera sorprendente: era di 123 mila nel 1820, or si calcola a presso di 170 mila. Di qui a cinquant’anni non avremo città in Europa sì popolata».
Dalle lettere di Vidua compare anche una riflessione sul significato della Rivoluzione americana, che al Viaggiatore pare essere nelle mani di un’élite privilegiata. Vidua, dopo aver ricordato il governatore De Witt Clinton, ci descrive il generale Van Rensselaer, figura tipica di quel ceto “agiato” rappresentato da coloni potenti, che, stanchi del dominio inglese, favorirono
Le riflessioni profetiche sul futuro degli Stati Uniti d’America, basate sull’enorme (e unica in Europa) massa di documentazione da lui raccolta, lo portarono ad essere più profondo di Alexis de Tocqueville, che si preoccupò essenzialmente di studiare le applicazioni della democrazia nel nuovo laboratorio, rappresentato dall’Ovest, ma non fu in grado di intuire, come Vidua, l’enorme progresso economico che avrebbe caratterizzato tale zona. Vidua anticipò inoltre di 70 anni alcune teorie di Frederick J. Turner sulla frontiera mobile e sulla nascita autoctona della democrazia americana. (Roberto Coaloa)
Si segnala su Carlo Vidua, il suo viaggio negli Stati Uniti e il suo interesse per l’America:
Andrea Testa, Carlo Vidua viaggiatore italiano negli Stati Uniti d’America, in “Rivista di Storia, Arte e Archeologia per le province di Alessandria e Asti”, CV (1996), pp. 194-289.
Andrea Testa, Riflessioni sugli ultimi viaggi di Carlo Vidua alla ricerca di nuovi mondi (1825-1830), in : Atti del Congresso "L'Altro Piemonte nell'età di Carlo Alberto", Alessandria/Casale Monferrato 28-29-30 ottobre 1999, San Salvatore Monferrato, Barberis, 2001, pp. 451-462.
Francesco Durante, Italoamericana. Storia e letteratura degli italiani negli Stati Uniti 1776-1880, Milano, Mondadori, 2001.
(Francesco Durante cita alcune lettere di Vidua pubblicate da Cesare Balbo a proposito del viaggio americano. Si veda: C. Balbo, Lettere di Carlo Vidua, Torino, presso Giuseppe Pomba, 1834, tre volumi)
Roberto Coaloa, Le ricerche su Cristoforo Colombo e l’interesse per l’America di Ignazio De Giovanni, Pio e Carlo Vidua, in: Atti del Congresso Internazionale “ Cristoforo Colombo, il Piemonte e la scoperta del Venezuela ”, Torino 27 marzo 1999, Cuccaro Monferrato 28 marzo 1999, CE.S.CO.M., 2001, pp. 73-102.
Roberto Coaloa, Carlo Vidua e Alexis de Tocqueville. Il viaggio nell'America della democrazia, Torino, 2002.
Roberto Coaloa, Un italiano come Tocqueville in: “Il Sole-24Ore – Domenica”, 22 giugno 2003, p. 35.
Roberto Coaloa, Carlo Vidua. Il noviziato in Monferrato di un illuminista romantico, in: “Monferrato i segni della modernità” a cura di Valerio Castronovo, Vera Comoli ed Elio Gioanola, Cassa di Risparmio di Alessandria e Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, 2006, pp. 37-43.
Su Carlo Vidua:
Sul personaggio Vidua hanno scritto tra gli altri Paul Hazard (1878-1944) nel
Nel 1993 a Casale Monferrato è stato presentato al pubblico l'Archivio con il Fondo Vidua, riordinato dalle archiviste Valeria Mosca e Daniela Siccardi. Nel 1997, il sottoscritto, ha presentato alla Biblioteca Nazionale di Torino una mostra su Carlo Vidua, nella quale erano esposti alcuni libri appartenuti al viaggiatore e i suoi taccuini di viaggio. Da allora nuovi studiosi hanno studiato Carlo Vidua. Vorrei ricordare in questo spazio Luis Alberto De La Garza e Marisa Viaggi Bonisoli.
Il lavoro di Luis Alberto De La Garza è frutto di una scrupolosa interpretazione dei documenti, molti dei quali inediti.
Mi piacerebbe vedere il suo lavoro tradotto in italiano, ma per ora si veda:
Luis Alberto De La Garza, En busca de una identidad: Carlo Vidua, un viajero pimontés del siglo XIX, Cd. Universitaria, Mèxico, 2002.
Anche Marisa Viaggi Bonisoli ha studiato una parte delle carte inedite di Carlo Vidua, ma il suo lavoro pecca di superficialità (ed è un vero peccato perché il sottoscritto conosce la grande passione e l'amore che la scrittrice nutre per il viaggiatore Vidua).
Lo storico Andrea Testa ha osservato:
<<Recentemente è stato pubblicato un ampio saggio in due volumi di M. Viaggi Bonisoli (a cura di), Carlo Vidua Narrazione viaggio alla Nuova Guinea 1830, (vol. 1) Torino, 2003 e Id. Carlo Vidua Una vita ricreata, (vol. 2) Torino 2003. Nel primo volume sono stati riprodotti, mediante scanner, gli originali dei taccuini che si trovano presso l'Archivio storico di Casale, cui segue un'accurata trascrizione e la traduzione in lingua inglese. Nel secondo volume, sempre in edizione bilingue, l'autrice ricostruisce in modo alquanto frammentario e quantitativo la vita di Vidua e tutti i suoi viaggi. Se l'intenzione voleva essere quella di analizzare attentamente il viaggio in Nuova Guinea, tale obiettivo è stato chiaramente mancato. Inoltre la scrittrice non tiene assolutamente nella dovuta considerazione i documenti inediti della Biblioteca Apostolica Vaticana (fondo Patetta Autografi), né quelli presenti presso l'Accademia delle Scienze di Torino. L'opera, pertanto, appare datata e non considera affatto le revisioni globali sul personaggio emerse, negli anni '90, nelle ricerche e nelle pubblicazioni di chi scrive e di Roberto Coaloa, considerate da M. Viaggi Bonisoli (p. 254) "recenti informazioni" contenenti "accenni al Personaggio, peraltro molto vaghi" (!). Da notare che nella traduzione inglese le "recenti informazioni" diventano "newspapers"!>>.
Chi scrive è d'accordo con la critica proposta da Andrea Testa, però bisogna notare che il personaggio Carlo Vidua ha bisogno - ora - di un'opera a lui dedicata non dal taglio accademico (come fino ad ora è avvenuto con Testa, Romagnani, Falcomer e il sottoscritto). Dico questo perché se fosse disponibile al grande pubblico un'opera su Carlo Vidua edita da un grande editore nazionale, forse, non si cadrebbe in sviste o peggio errori, come abbiamo notato nel caso dei due volumi (per chi scrive comunque interessanti) di Marisa Viaggi Bonisoli, che ad esempio fa nascere Carlo Vidua a Conzano e non a Casale Monferrato, come a dire che il conte Camillo Benso di Cavour è nato a Cavour (mentre è nato a Torino).
Insomma, il conte di Conzano ha bisogno ancora di essere conosciuto dal grande pubblico. Il sottoscritto, come molti degli studiosi già ricordati, continua a lavorare sul viaggiatore (nella speranza d'incontrare un grande editore che creda in questo progetto: una bella biografia su uno dei viaggiatori più intrepidi della storia).
Una prima interpretazione del personaggio Carlo Vidua attraverso lo studio e l’interpretazione attenta dei molti materiali archivistici conservati alla Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma, all’Archivio di Stato di Torino, all’Accademia delle Scienze di Torino, alla Biblioteca Reale di Torino e all’Archivio Storico di Casale Monferrato, si trova in:
Roberto Coaloa, Carlo Vidua un romantico atipico, in: “Scritti di Carlo Vidua a cura di Roberto Coaloa e Andrea Testa”, Città di Casale Monferrato. Assessorato alla cultura, 2003.
Non sempre viene ricordato, ma il lavoro critico è un’impresa collettiva: si costruisce. Esso esercita i suoi effetti in un gioco d’azioni e reazioni con altri interpreti. Negli ultimi anni l’immagine della vita e dell’opera di Carlo Vidua (che è composta da pochi scritti editi ma da molto materiale inedito: lettere e taccuini di viaggio), che si era sbiadita, è stata ravvivata come merita dallo sguardo rinnovato di un gruppo di studiosi - innanzi tutto Andrea Testa, e poi Gian Paolo Romagnani, Luis Alberto De
(Nelle immagini: in alto Carlo Vidua, nel testo Thomas Jefferson, in una stampa raccolta da Carlo Vidua negli Stati Uniti e ora conservata nel Fondo Stampe Vidua dell'Archivio Storico di Casale Monferrato)
L’Associazione Immagine per il Piemonte
nell’ambito della giornata “Innamorati della Cultura”
è lieta di invitare
I 44 PRESIDENTI DEGLI STATI UNITI
Dall’incontro con cinque Presidenti americani del viaggiatore piemontese Carlo Vidua (1785-1830)
all’insediamento del 44° Presidente Barack Obama.
Vittorio G. CARDINALI, presidente dell’Associazione Immagine per il Piemonte
intervista
Raimondo LURAGHI, medaglia d’oro per meriti culturali,
professore emerito di Storia Americana nell’Università di Genova
e
Roberto COALOA, docente all’Università Statale di Milano, storico,
giornalista, collaboratore delle pagine culturali de “Il Sole-24 Ore”.
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Sabato 14 febbraio 2009, alle ore 17,15
presso
in via Legnano 2/b, a Torino.

Nel numero sempre crescente di volumi sulla Shoah, non sempre gli storici di professione riescono a mettersi in rapporto con l’oggetto studiato e far rivivere quel passato indicibile. Per questo il compito di comprendere e spiegare l’Olocausto è spesso affidato a lettere e diari di ebrei, a volumi fotografici e romanzi, che costituiscono fonti utili a non obnubilare l’Olocausto, a non pensarlo come un avvenimento metafisico che va al di là dell’umana comprensione. Segnaliamo il diario dal lager della giovane Helga Deen, Non dimenticarmi, Rizzoli, pagg. 190, € 17; il volume di Ann Kirschner Il dono di Sala. Lettere dall’Olocausto, Il Maestrale, pagg. 380, € 16; la vasta collazione di lettere a cura di Zwi Bacharach, Le mie ultime parole, Laterza, pagg. 316, € 16. Infine, Einaudi propone di Marcello Pezzetti (uno dei maggiori esperti internazionali dell’Olocausto), Il libro della Shoah italiana. I racconti di chi è sopravvissuto, pagg. 492, € 42, una documentazione utile per attribuire precise responsabilità storiche e rendere giustizia alle vittime.
Ando Gilardi è l’autore del saggio Lo specchio della memoria. Fotografia spontanea dalla Shoah a YouTube, a cura di Patrizia Piccini, Bruno Mondadori, pagg. 138, € 17. Gilardi osserva come il racconto della Shoah attraverso la fotografia sia stato fondamentale per capire la tragedia del popolo ebraico: a Varsavia, dove si sterminarono mezzo milione di ebrei, accadde che alcune vittime raccolsero, già dal 1939, quella che Gilardi chiama «la fotografia tedesca e autofotografia spontanea». Emanuel Ringelblum, il creatore dell’archivio Oneg Shabbat (Delizia del sabato) salvò tale materiale nascondendolo in una ventina di bidoni del latte, ritrovati alla fine della guerra.
Utile per una comprensione dell’Olocausto è il romanzo Il bambino senza nome di Mark Kurzem, Piemme, pagg. 446, € 19. L’autore possiede la capacità di concentrare la propria attenzione su un dato oggetto – una storia e il suo segreto all’interno dell’Olocausto – e di vederci qualcosa che gli altri non vedono. Kurzem è sorretto non solo dal talento ma anche dalla chiarezza espositiva e da un raro e vero sentimento d’amore, o d’odio, per ciò che descrive. In questo modo la storia vera di un bambino ebreo, salvato dal nemico e diventato per bizzarria del destino la mascotte degli sterminatori nazisti, si trasforma in arte.
Attraverso queste diverse opere emerge con immediatezza una delle pagine più complesse e fosche dell’umanità, dove le cifre tatuate sulle braccia degli internati, come osserva il poeta Yehuda Amichai, «soni i numeri telefonici di Dio/da cui non c’è risposta».
(Roberto Coaloa, da IlSole-24Ore, Domenica, 25 gennaio 2009)
Nella foto: L'arrivo ad Auschwitz di due bambini ungheresi. La foto è stata ritrovata da Lili Jacob in una casa abbandonata dalle SS. Si tratta di un esempio di quella che Gilardi chiama «la fotografia tedesca e autofotografia spontanea». Infatti, a scattare le istantanee non sono stati fotografi professionisti, ma persone normali, testimoni anonimi, oppure incredibilmente gli stessi protagonisti dell'orrore.