CoaloaLAB

"Il Laboratorio" di Roberto Coaloa nasce dall'esperienza all'Universita' Statale di Milano nell'anno accademico 2006/2007 e vuole essere uno spazio libero alla scrittura per gli studenti del corso e per tutti gli altri che vorranno partecipare a questi esercizi di scrittura. L'arte della critica è difficile. E non dimentichiamo lo stile: alla maniera di Gustave Flaubert siamo convinti che qualunque sia la cosa che si vuol dire, c'è soltanto una parola per descriverla, un verbo per animarla e un aggettivo per qualificarla. L'idea è bella ma difficile da realizzare. "Il Laboratorio" presenta recensioni di libri e commenti, cercando la chiarezza espositiva e la completezza.

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Nome: Roberto Coaloa
giornalista e professore: ozioso affacendato. Scrivo sulle pagine culturali IlSole-24Ore Domenica. Insegno all'Università Statale di Milano nel corso di Scienze umane per la comunicazione. L'ozioso affacendato è mutuato da un pensiero di Goethe...

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giovedì, 22 maggio 2008

CORRISPONDENZE TRA BLOGGER! ROSSO VENEXIANO AD ESEMPIO...

Che sorpresa! Gli amici di Rosso Venexiano hanno messo on line il post su Enrico Colombotto Rosso. Risultato sorprendente: bella grafica (migliore della mia) e bellissime fotografie.

Guardate Rosso Venexiano e lasciate qualche proverbiale commento. Viva Colombotto Rosso!

postato da: coaloalab alle ore 16:21 | link | commenti
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lunedì, 12 maggio 2008

Ancora sulla Patafisica. Un piccolo omaggio a Luigi Malerba

Il primo a darmi la notizia della morte di Luigi Malerba (nella foto in alto di Isolde Ohlbaum) è stato Klaus Renner giovedì notte. Abbiamo pianto e brindato insieme alla nuova vita di Luigi (sicuramente con il suo amato Don Chisciotte). Be', noi abbiamo consolato la triste notte - e noi stessi - con un'ottima bottiglia di barbera, offerta da Kurt, il viennese.

Klaus è stato un amico di Luigi Malerba, ed è stato anche l'editore tedesco, nel 1986, di Pinocchio con gli stivali.

Der gestiefelte Pinocchio è un bellissimo libro, illustrato da Rostraut Susanne Berner. Il testo italiano è stato tradotto dal grande Burkhart Kroeber (di lui abbiamo parlato nel post sul "Monferrato patafisico").

Luigi Malerba, pseudonimo di Luigi Bonardi (nato a Berceto, presso Parma, l'11 novembre 1927 e morto giovedì 8 maggio 2008 a Roma), è stato un grande scrittore; per Klaus e il sottoscritto, Luigi è stato anche un grande patafisico. Klaus ama di Luigi soprattutto Il pataffio, io preferisco Il viaggiatore sedentario.

Per omaggiare Malerba propongo un piccolo divertissement, tratto dallo strordinario libretto Le galline pensierose.

Una gallina di Vibo Valentia voleva studiare la filosofia di Wittgenstein, ma ogni volta le veniva un gran mal di testa. Provò con Whitehead, ma anche con lui le veniva il mal di testa. Provò ancora con Weisse con Wolff con Wahl con Wundt, ma andò anche peggio. Un giorno aprì per caso un libro di Wodehouse e lesse  molte pagine senza il minimo dolore. Da quel giorno decise che il suo filosofo preferito era Wodehouse.

A Klaus piace quest'altro passaggio:

Una gallina umbra era convinta di avere il profilo etrusco. Teneva sempre la testa voltata da una parte perché tutti potessero ammirare il suo profilo. Finì per prendersi un torcicollo così forte che la testa gli rimase voltata di traverso fino al giorno in cui cadde in un tombino e si ruppe una zampa. Dopo la caduta le si raddrizzò la testa, ma restò zoppa.

Ora aspetto che Klaus mi passi una bella foto: lui insieme al suo amico Malerba. Sono in attesa...

Ecco la foto: nella casa dello scrittore a Orvieto, Luigi Malerba (che stringe tra le mani l'edizione tedesca di "Pinocchio") e Klaus Renner in una polaroid, un classico degli anni ottanta... 

postato da: coaloalab alle ore 19:34 | link | commenti (20)
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venerdì, 02 maggio 2008

ENRICO COLOMBOTTO ROSSO. A CAMINO: IL SUO GIARDINO TRA POESIA E MEMORIA

A Camino, nel Monferrato, vive l’artista torinese Enrico Colombotto Rosso, nato (con il fratello gemello Edoardo) il 7 dicembre 1925.

Nel 1948 incontra Mario Tazzoli con il quale aprirà a Torino la galleria Galatea che tratterà artisti come Giacometti, Bacon e Balthus.

Enrico Colombotto Rosso espone, nel 1949, alla Mostra Nazionale d'arte della Società Promotrice di Belle Arti di Torino.

L'idée fixe che caratterizzerà la sua pittura è anticipata dalla "Piccola storia per un bambino che aveva grandi orecchi e piccole zampe", pubblicato con il titolo di "Storie di Maghe per adulti".

Negli anni cinquanta, Enrico Colombotto Rosso ha vissuto a Parigi in contatto con Léonor Fini ed altri artisti e intellettuali, tra i quali Constantin Jelenski, Max Ernst e Dorothea Tanning (Max, Dorothea ed Enrico sono ritratti a Nonza, nel 1958, in una foto di Jelenski).

Enrico Colombotto Rosso è un grande collezionista, raffinato e sensibile: tra le opere da lui radunate nella sua magica casa di Camino, quelle di Hans Bellmer, Max Ernst e Stanislao Lepri.  Enrico Colombotto Rosso, a partire dagli anni cinquanta, ha esposto nelle più importanti gallerie europee e americane. Si è cimentato anche nel cinema e nel teatro disegnando scene e costumi, ad esempio nel 1970 per l’opera teatrale Le jeu du massacre di Eugène Ionesco per il Teatro Stabile di Torino e per la Danza di morte di Johan August Strindberg. Ha donato a comuni monferrini, Camino, Pontestura e Villanova, preziosi nuclei delle sue opere e collezioni. A Conzano ha lasciato 103 opere per creare un museo personale.

P.S. La testimonia che segue è stata da me raccolta lo scorso anno, a dicembre. Insieme ad alcune immagini presenti in questo post è stata pubblicata sul primo numero del 2008 di "ClanDestino Arte".

Al castello di Bornato (Brescia), Sabato 17 maggio 2007, alle 18.00, sarà presentato "ClanDestino Arte", la rivista diretta da Marina Mojana.

(Roberto Coaloa)

 

ENRICO COLOMBOTTO ROSSO PARLA DEL SUO GIARDINO

Cela est bien dit, répondit Candide, mais il faut cultiver notre jardin.

È ben detto, rispose Candido, ma bisogna coltivare il nostro giardino.

(Voltaire, Candido o l’ottimismo)

 

Sono arrivato nella casa di Camino quarantaquattro anni fa. In questo posto, per dirla con Baudelaire, j’ai plus de souvenirs que si j’avais mille ans. Quarantaquattro anni fa non c’era niente, ho fatto tutto io. Anche il giardino non c’era. Qua e là ho piantato qualche pianta. Ieri ho messo una magnolia.

A Camino ho due giardini: quello davanti all’ingresso della casa è grande e vi ho piantato alberi da frutto come meli, prugni e fichi, soprattutto cachi che caratterizzano questa zona del Piemonte.

Il mio grande amore sono i fiori, in particolare le rose. Nel giardino interno ho piantato la Queen Elizabeth: quelle bianche e quelle rosse. Quelle bianche perché mi ricordano mia madre che si chiamava Bianca: je ne suis pas la rose, mais j’ai vécu avec elle.

Il giardino interno richiama un passo di Gabriele D’Annunzio, Hortus Conclusus dal Poema paradisiaco.

«Giardini chiusi, appena intraveduti, / o contemplati a lungo pe’ cancelli / che mai nessuna mano al viandante / smarrito aprì come in un sogno. Muti / giardini, cimiteri senza avelli, / ove erra forse qualche spirto amante / dietro l’ombre de’suoi beni perduti!»

Nel mio giardino ci sono delle lapidi. Una per il mio gatto siamese Lilli, che ha vissuto con me venti anni. L’altra per un amico. Le lapidi sono per me il simbolo di una persona che ho amato. Non ho un’idea necrofila della vita, metterei le tombe di tutte le persone a me care nel giardino: mia madre, mio padre, per ricordarle, non per fare delle esequie. Chi non ricorda il bene passato è vecchio già oggi e il ricordo delle persone che abbiamo amato è l’unico giardino del paradiso dal quale non possiamo venir cacciati. Del mio giardino amo le rose e quei ricordi. Questo fa parte di una mentalità forse perduta.

Nei miei quadri ho dipinto una calla. Amo la calla con la sua infiorescenza a spiga racchiusa in una brattea bianca a calice.

Dei giardini amo quelli incolti. In Piemonte si chiama “il giardino del curato”, quello in disordine. Sei colpito dall’atmosfera di quei giardini, molto decadente. Quelli che tolgono l’erba continuamente mi annoiano. Io bagno le mie rose alle cinque del mattino - devo alzarmi presto altrimenti manca l’acqua in questa zona di collina - e poto le rose in estate e in autunno. Tutto qui.

I fiori e i giardini sono per me importantissimi. A Parigi inondavo di fiori la mia amica Léonor Fini. Nella sua casa di Nonza in Corsica, insieme a Max Ernst e Dorothea Tanning, Léonor ed io passavamo molto tempo con i fiori: addobbavamo con i fiori i sentieri che portavano al vecchio convento diroccato di Nonza. Di notte c’erano solo fiori e candele; era bello vedere il vecchio convento-casa di Léonor con lo scalone di pietra che andava sul mare illuminato dalle candele e dai fiori bianchi e da quelli di campo.

(Testimonianza raccolta da Roberto Coaloa)

Le foto, dall'alto in basso:

Enrico Colombotto Rosso al Convento di Nonza, Corsica, 1958. Foto di Uga Ronald.

Enrico Colombotto Rosso con Léonor Fini nello studio di Rue Payenne a Parigi, 1958. Foto di André Ostier.

Enrico Colombotto Rosso con Max Ernst e Dorothea Tanning a Nonza, 1958. Foto di Constantin "Kot" Jelenski.

“Calla” di Enrico Colombotto Rosso. Olio su tela 100x65cm Museo d'arte moderna Aosta.

Enrico Colombotto Rosso e il suo gatto Lilli nel giardino di Camino. Foto di Nora de Tersztyanszky.

 

Max Ernst e Dorothea Tanning a Nonza in Corsica, 1960. Foto di Enrico Colombotto Rosso.

 

Roberto Coaloa ed Enrico Colombotto Rosso nel giardino di Camino, marzo 2008. Foto di Daniela Berruti.

postato da: coaloalab alle ore 11:18 | link | commenti (31)
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lunedì, 21 aprile 2008

GLI ANGELI DI MONS

Lo scorso martedì si è discusso a lezione di come trattare sui giornali un argomento storico come la Grande Guerra.

Quest’anno ricorre un importante anniversario: i 90 anni della fine della Prima guerra mondiale. Agli studenti ho proposto analisi e approfondimenti. Ho letto pagine di Henri Barbusse e Pierre Drieu la Rochelle. Si è discettato sull'idea di eroe; di come esista ancora un'idea romantica sulla figura dell'eroe guerriero, come se tutti i soldati fossero dei piccoli Garibaldi. A questo proposito, per chi bramasse ancora immagini di tempeste d'acciaio e di sogni guerreschi consiglio, per calmare i fatali "spirti" militareschi, la lettura del libro di Edlef Köppen, Bollettino di guerra, recensito nel precedente post.

A lezione abbiamo studiato interviste, documenti e memorie sul periodo 1914-1918.

Agli studenti ho consigliato alcune letture, che si possono anche vedere su un sito, questo, che offre una "Bibliografia sulla Grande Guerra", proposta dal sottoscritto su "Il Sole 24 Ore" del 25 luglio 2004.

Avendo rievocato alcuni avvenimenti dei cinque anni di guerra, lo studente Marco Fumagalli ha scritto ora un pezzo sugli “Angeli di Mons”, argomento che mi era stato suggerito dall'amico Marco Zatterin.

L’episodio, noto come gli “Angeli di Mons” nacque nel 1914 da un articolo di Arthur Machen, pubblicato sul London Evening News, che informò sull'avvistamento di antichi cavalieri sul fronte.

Arthur Machen era amico di Crowley e del poeta Yeats, che, come loro, s’occupava di magia nera per "l’Alba d’Oro"… Ci sono tutti gli elementi per un bel racconto. Ma ora lascio lo spazio al mio studente Marco Fumagalli.

P.S. L'immagine in alto è tratta dalla famosa incisione di Albrecht Dürer, "I quattro cavalieri dell'Apocalisse". Per molti motivi, e soprattutto per un ricordo di Vicente Blasco Ibáñez, autore di "Los cuatro jinetes del Apocalipsis" (uno dei libri che più amo e che ritengo fondamentale per comprendere gli anni della Prima guerra mondiale), associo questa immagine alla Grande Guerra e quindi alla leggenda degli "Angeli di Mons".

(Roberto Coaloa)

 

GLI ANGELI DI MONS 

Era il 26 Agosto 1914: le truppe britanniche sconfitte a Mons si trovavano in rotta, soverchiate dalle forze tedesche tre volte più numerose.

La situazione era disperata: ogni via era preclusa e i soldati attendevano unicamente che i tedeschi sferrassero loro il colpo di grazia.

Ma quando tutto ormai pareva perduto, la cavalleria tedesca improvvisamente e senza motivo si fermò: i cavalli imbizzarrirono e non vollero più muovere un passo.

Le truppe inglesi riuscirono così miracolosamente a salvarsi, in una delle pagine più curiose e tuttora senza spiegazioni del conflitto.

Un mese più tardi Arthur Machen, scrittore horror, scrisse un articolo dal suggestivo titolo: “Gli angeli di Mons”. Cosi, infatti, Machen spiegava gli strani fatti accaduti in quella battaglia: al momento di scatenare l’ultimo assalto, le milizie tedesche avrebbero visto apparire sopra le loro teste un esercito ancestrale con l’aspetto degli arcieri britannici di un tempo.

Il racconto produsse un tale effetto sensazionalistico che l’autore dovette confessare di aver inventato tutto.

Ma la cosa strana fu che i reduci di quella battaglia, al loro ritorno, confermarono di aver visto veramente quell’esercito di angeli, e persino un cappellano raccontò di averne avuta una testimonianza diretta da un generale impegnato in quella battaglia.

 

Nessuno seppe mai spiegare cosa successe realmente e come mai la cavalleria tedesca non sferrò l’ultimo attacco, fatto sta che l’intera vicenda contribuì a sollevare il morale dei soldati inglesi che forse, in quei drammatici momenti, avevano l’innocente bisogno di credere in un aiuto soprannaturale, cosa che poi venne amplificata da una certa suggestione popolare.

Gli angeli di Mons rimarranno sempre una specie di leggenda, una parentesi un po’ curiosa all’interno di una tragica guerra.

(Marco Fumagalli)

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venerdì, 18 aprile 2008

IL CAFARD NELLA TRINCEA

Il Bollettino di guerra di Edlef Köppen (nella foto a destra) fu pubblicato a Berlino nel maggio 1930, al tramonto della Repubblica di Weimar. Il Bollettino, come denuncia dell’immoralità della guerra, dispiacque a Hitler: nel 1933 fu vietato nel Terzo Reich, nel 1935 gli ultimi esemplari furono sequestrati e nel 1938 fu inserito negli “Scritti indesiderati e dannosi”.

Köppen, nacque il 1° marzo 1893 a Genthin; nel 1914 aveva già iniziato una proficua attività letteraria; nell’ottobre 1914 fu inviato, come artigliere, sul fronte occidentale. Köppen finì il suo servizio con una serie di “decorazioni”: uno schiacciamento della cassa toracica, un ricovero in una clinica psichiatrica e una croce di ferro di prima classe.

Köppen morì il 21 febbraio 1939, ricordato nei necrologi come scrittore, ma da nessuna parte si menzionò il Bollettino: opera invisa al Reich millenario, ma libro meraviglioso, il cui tono è spesso poetico. La Grande Guerra è raccontata con distacco gelidamente imparziale: come Karl Kraus, Köppen inserisce dei documenti della propaganda per far risaltare il contrasto tra l’ideologia della guerra e la realtà della guerra. A volte, c’è uno schizzo satirico, alla maniera dadaista, che accresce la sensazione di cafard. Oltre alla malinconia è l’orrore della guerra la caratteristica del libro: il soldato di Köppen è lontano dalla visione del mondo del soldato di Jünger, che era quella di un lanzichenecco in versione XX secolo.

L’edizione italiana è importante: riprende quella tedesca del 2004 che ha fatto riscoprire al grande pubblico Köppen, il cui stile raffinato e moderno è reso alla perfezione dalla traduzione di Luca Vitali.

Edlef Köppen, Bollettino di guerra, Oscar Mondadori, Milano, pagg. 404, € 9,80.

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venerdì, 04 aprile 2008

IL MONFERRATO PATAFISICO

A Ottiglio vive dal 2000 Klaus G. Renner (nella foto a destra), un editore originario di Berlino (dove è nato nel 1949).

Lì Renner compone i suoi preziosissimi libri: edizioni pregiate che si trovano nelle biblioteche nazionali di Svizzera e Germania. Sul frontespizio dei libri compare Ottiglio insieme a Zürich (vedi l'immagine in basso). Nel paese monferrino Renner sceglie i caratteri e la carta; stampa l’opera in Svizzera a Sankt Gallen ed effettua la legatura a Berlino. Tra il 1976 e il 1992 ha pubblicato le opere complete del dadaista Walter Serner. Ha stampato inoltre testi rari, in copie numerate, di Guillaume Apollinaire, Paul Eluard e André Breton. In Monferrato sono nate originali idee, come la pubblicazione di opere della “patafisica”: autori come René Daumal, Alain Jadot, Alfred Jarry e Oskar Pastior. L'ideazione di importanti opere è spesso discussa nella calma di Moleto (nella foto panoramica in alto), bellissimo borgo vicino a Ottiglio.

Proprio a villa Celoria di Moleto – appartenuta al senatore Giovanni Celoria (1842-1920), celebre direttore dell’Osservatorio astronomico di Brera, consigliere comunale e assessore di Milano – vive dal 2000 Bernard Glènat, un francese cosmopolita che ha trovato a Moleto il suo paradiso (dove un cavallo bizzarro, Timbo, nella foto in alto, intrattiene i visitatori, come la bella Alexandra Kamenskaya).

Moleto è diventata, grazie all’operosità di Glènat, un centro assai conosciuto tra gli amanti del jazz, che possono ascoltare Antonello Salis o giovani promesse come Andy Davies (nella foto a sinistra, quello senza papillon) e, ovviamente, gustare il buon vino della zona, al riparo dalla esponenziale proliferazione della bêtise.

Moleto è il punto d'incontro di scrittori, di registi come Mario Monicelli e Beppe Varlotta, di attori come Ernest Borgnine (nella foto a sinistra è a Moleto insieme a Ferruccio, quello con il papillon; Ernest Borgnine, nato a Hamden nel Connecticut il 24 gennaio 1917, è di origine piemontese, più precisamente di una famiglia di Ottiglio), Bebo Storti (nella foto in alto a destra quello con gli occhiali), Felice Andreasi e Caterina Deregibus, di modelle come Valeria Mazza e talenti di Hollywood come Marieke Oudejans (la bionda nella foto in basso, al "bar Chiuso" di Moleto).

Qualche anno fa, grazie a Bernard Glènat (nella foto in basso a Moleto con Ernest Borgnine), ho conosciuto l'editore Renner.

Ora sono un amico di Klaus.

Ieri notte sono andato a trovarlo.

La sua casa di Ottiglio è una casa delle meraviglie patafisiche.

Sotto un ritratto di Alfred Jarry, il padre della patafisica, e un altro di Aroldo Marinai, con un personaggio dal regard dédaigneux, Klaus ed io abbiamo bevuto un'ottima bottiglia di barbera, discettando di Burkhart Kroeber (nella foto in basso a destra) e Stanley Chapman.

Klaus sta pubblicando di Chapman un meraviglioso scritto: un lavoro che gli valse "la stupéfaction et l'admiration" di Queneau. Non a caso Chapman fa parte del celebre The London Institute of ’Pataphysics. Chapman, inoltre, è traduttore delle opere di Boris Vian, è Régent des Oratoires Épidéictiques, architetto, fondatore di Outrapo (Ouvroir de Tragecomédie Potentielle) e membro della Lewis Carroll Society.

Di Burkhart Kroeber, invece, il nostro discettare patafisico si è arrestato ad Umberto Eco. 

Kroeber, infatti, è il traduttore delle opere del "mandrogno".

Amo alla follia Eco come scrittore. A mezzanotte ci siamo messi a leggere alcune pagine del romanzo L'Isola del giorno prima, dove si parla dell'assedio di Casale del 1630...  

A proposito del famoso assedio, ricordo che la cara amica Ima Ganora (con Manuela Meni, curatrice della mostra, L'assedio e il naufragio, alla Biblioteca del Seminario di Casale Monferrato, 20 giugno - 20 luglio) sta preparando un grandioso evento a giugno con... Umberto Eco. Tutto si tiene (si dice così?)!

Torniamo al traduttore. La traduzione di Kroeber è ottima. Davanti a Burkhart Kroeber: Giù il cappello!

In una stanza della casa di Klaus sono conservate tutte le opere di Alfred Jarry. Klaus mi ha regalato alcuni volumi: Le Manoir enchanté et quatre autres oeuvres inédites (La Table Ronde, 1974) e altre quisquilie letterarie. Un regalo che ho molto apprezzato è una delle rare traduzioni italiane di Walter Serner, una bella traduzione di Elvira Lima di La tigre (Gelka, 1991).

Klaus ha una grande passione per Walter Serner. Come dargli torto.

Walter Eduard Seligmann, figlio di un editore ebreo di Karlsbad, nacque il 15 gennaio 1889 nell'impero austro-ungarico.

Serner fu il compilatore del manifesto protodadaista Letze Lockerung (1918), metropolitano e vagabondo d'elezione, autore di fortunate raccolte di racconti gialli e polizieschi, rappresenta con la sua vita turbinosa il prototipo del dandy e dell'intellettuale graffiante e provocatorio nell'avanguardia a cavallo tra le due guerre.

Serner è il cultore di un'estetica della trasgressione mirata a scandalizzare.

 

Dal 1928 al 1942 la vita e gli spostamenti di Serner sono avvolti in un mistero appena rischiarato dalle informazioni radunate da Thomas Milch, suo appassionato editore e fondatore dell'Archivio di Heidelberg.

Un certificato attesta il matrimonio, in data 5 febbraio 1938, con la berlinese Dorothea Herz, sua compagna dalla metà degli anni Venti.

Ricompare nel ghetto di Praga. Da qui Serner viene prelevato per essere deportato con la moglie Dorothea Herz a Theresienstadt, dove nel 1942 muore atrocemente nel lager...

All'arrivo dei suoi carnefici, Serner non si sarà stupito più di tanto, se già nel marzo 1939 aveva chiesto e ottenuto un attestato di buona condotta per l'espatrio a Shanghai, rimasto inutilizzato forse anche nell'illusione di seppellirsi nell'anonimato della grande città.

E magari si sarà ripetuto beffardo la sua massima di saggezza dadaista: l'ultima delusione è scoprire che essere privi di illusioni è solo un'illusione.

Negli ultimi trent'anni, questo mitteleuropeo sui generis è stato riscoperto in Germania ed è un punto di riferimento per critica e pubblico.

Alla fine di una bellissima notte patafisica, dopo una ventina di caffè dadaisti (ricchi di latte +) sono tornato nel tugurio di Coniolo Monferrato, il mio buen retiro.

Ero felice: ricco di libri e di patafisica.

Questa mattina, intorno alle cinque e trentadue, ho fatto degli strani sogni, che potrebbero diventare un prossimo libro da proporre a Klaus.

In dialetto monferrino Umberto Eco accusa Walter Serner:: "A té in strafusari", sei disordinato.

Serner risponde (con accento teutonico-boemo-francese): "A te dur cmé in mò", non capisci niente.

Il resto del sogno non posso svelarlo ora.

Lo troverete - ora ne sono sicuro - in un libro: Itinerari patafisici nel Monferrato (editore, ovvio, il mio vecchio amico Klaus...)

A presto mes Amis!

Le ultime quattro foto: un panorama monferrino visto da Moleto; Klaus G. Renner al "Bar Chiuso" di Moleto; il sottoscritto con Caterina Deregibus, sempre al "Bar Chiuso" di Moleto; il mio amico Diego (a sinistra), responsabile del successo del "Bar Chiuso", con Massimo Montagnoli (a destra).

P.S. Per chi volesse essere socio corrispondente della prestigiosissima istituzione patafisica può scrivere a:

Collège de Pataphysique

51A, Rue du Volga,

75020 PARIS, France.

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lunedì, 31 marzo 2008

LUCY RIALL. IL RISORGIMENTO. NON SOLO CAVOUR E GARIBALDI

Propongo un mio articolo comparso ieri su IlSole-24Ore Domenica, Non solo Cavour e Garibaldi. Il pezzo è sul Risorgimento, come viene trattato nel nuovo libro della storica Lucy Riall, già conosciuta in Italia per un brillante studio su Giuseppe Garibaldi (nella foto in alto, il generale dalla camicia rossa in una fotografia del 1870).

 

Lucy Riall è una storica curiosa, “inquisitiva” e intelligente del Risorgimento, che si dedica in modo non comune alla ricerca dei documenti e alla loro comprensione, come ha dimostrato in Garibaldi. L’invenzione di un eroe e nel presente studio: Il Risorgimento. L’edizione originale di questo volume apparve nel 1994 in inglese, nel 1997 in italiano. Nell’attuale pubblicazione appaiono dei capitoli interamente riscritti, dove l’autrice fa proprie le acquisizioni della nuova storia culturale.

Lucy Riall ed altri storici, come ad esempio Alberto Mario Banti, stanno riscrivendo la storia del Risorgimento nel suo significato politico-culturale (una storia tutta da rivalutare). Essi dimostrano come il richiamo al nazionalismo, inteso nel suo significato di movimento politico, fu grande nell’Ottocento italiano: per la maggioranza della popolazione, l’unificazione nazionale rappresentò la più attuabile soluzione alla crisi politica di allora.  

Riall non si occupa del pantheon eroico e confuso dell’Unità: con Mazzini alleato acriticamente a Vittorio Emanuele II, Cavour e Garibaldi. Propone, invece, una visione inedita del Risorgimento, ricordando l’uso della stampa per promuovere l’idea dell’Italia come nazione politica e l’operato della Società Nazionale, all’interno della quale, personaggi poco noti, come Giorgio Pallavicino Trivulzio e Giuseppe La Farina, facilitarono il progetto di Cavour. Tuttavia, nell’individuare il sorgere di una moderna cultura, popolare e divulgativa, che caratterizzò il Regno di Sardegna alla vigilia dell’Unità, sono dimenticate, a mio parere, le figure degli intellettuali lombardi, come Romagnosi, Predari e Ferrari, che - insieme ai pensatori del Meridione, come Pisacane, Emerico Amari e Pasquale Stanislao Mancini - “colonizzarono” il Regno di Sardegna, facendo nascere una nuova cultura nel Piemonte aristocratico.

Lucy Riall, Il Risorgimento. Storia e interpretazioni, Donzelli, Roma, pagg. 184, € 24,00.

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mercoledì, 26 marzo 2008

MARION, DIALOGO CON L’AMORE

Sull’amore. Oggi ho ripreso dagli scaffali della vetusta libreria di campagna alcuni testi sull’amore, alcuni fondamentali, altri accessori o secondari.

Tra i miei libri preferiti sull’argomento cito (in maniera distratta e non seguendo un ordine preciso):

 

Sören Kierkegaard, Gli atti dell’amore. Introduzione, traduzione e note di Cornelio Fabro, Rusconi, Milano 1983.

 

Denis de Rougemont, L’amour et l’occident, Plon, Paris 1939.

 

Erocallia. Overo dell’amore e della bellezza. Dialoghi XII di Gio: Battista Manso marchese della Villa, Con gli Argomenti di ciascun Dialogo del Cavalier Marino. Et nel fine un Trattato del Dialogo dell’istesso Autore. Con tre Tavole, l’una de’ Capitoli marginali, l’altra delle materie Morali Naturali, e Metafisiche trattate secondo la dottrina Peripatetica, Platonica e Teologica; l’ultima de’ diversi Autori, e luoghi di Scrittura esposti.

In Venetia, M.DC.XXVIII. Appresso Euang. Deuchino. Con licenza de’ Superiori e Privilegio.

 

Non vi elenco tutti i libri che ho sull’argomento amour.

Ma segnalo l’ultimo libro che ho tra le mani: il bellissimo Dialogo con l’amore di Jean-Luc Marion (nella foto in alto), a cura di Ugo Perone, edito da Rosenberg & Sellier.

L’ennesimo libro sull’amore? No, come ha osservato Gianni Vattimo:

 

Non è per niente una forzatura l’idea di dare a questo piccolo densissimo libro di Jean-Luc Marion un titolo come Dialogo con l’amore (a cura di Ugo Perone, edito da Rosenberg & Sellier, 133 pagine, 13 euro). Il fenomeno erotico, del resto, si intitola l’ultimo libro dell’autore uscito da poco Francia, presso l’editore Grasset, e già oggetto di vaste discussioni. Di amore, qui, si arriva a parlare solo nel capitolo conclusivo, mentre i precedenti (una serie di lezioni in cui il noto filosofo francese riassume il proprio pensiero per gli studiosi della Scuola di Alta formazione filosofica di Torino) percorrono, spesso in termini molto tecnici, le vie della filosofia contemporanea che cerca di uscire dalle aporie ereditate dalla metafisica tradizionale.

I punti di riferimento essenziali di Marion sono Cartesio e la fenomenologia husserliana. Dunque la ricerca della certezza a partire da ciò che, nell’esperienza, «si dà» a noi in quanto riusciamo a mettere da parte i nostri interessi e pregiudizi, cioè quello che Husserl chiama l’atteggiamento «naturale» verso le cose e il mondo. Il dato - pensa Marion, anche aiutato dall’ambiguità del termine francese «donner» - è in fondo un dono. E con Cartesio scopre che la certezza a cui posso pervenire a partire da questo dato-dono non può essere fondata in modo soddisfacente solo sulla mia autocoscienza, sul «dubito, e cioè penso, dunque sono».

Per Cartesio, come si sa, dubitare significa riconoscersi finiti, giacché la mancanza della certezza assoluta è una imperfezione che possiamo intendere come tale solo alla luce dell’idea di perfezione, e perciò dell’idea dell’infinito da cui ci distinguiamo; ma questa idea non può che venirmi dall’infinito stesso, Dio. A partire da qui, viene in luce per Marion che il «dato» dell’esperienza è il «dono» che qualcuno mi fa, e cioè un atto di amore; anche e soprattutto perché non vengo dato a me stesso come un oggetto definito e morto, ma come l’apertura di possibilità da sviluppare liberamente.

Senza questa riduzione all’amore, la filosofia moderna aperta da Cartesio rimane una filosofia delle certezze «oggettive», della scienza e della tecnica (che spesso ci appare disumana: ci rassicura sul mondo e sugli oggetti, ma non ci dice nulla di noi stessi). Paradossalmente, è proprio il razionalista Cartesio che la apre a una dimensione diversa, piena di richiami all’esperienza religiosa, che Marion non esita a chiamare dimensione erotica.

Torino. Giovedì 27 marzo alle 18, presso la Libreria La Torre di Abele (Via Pietro Micca 22), Ugo Perone, Oreste Aime e Roberto Coaloa presentano il libro di Jean-Luc Marion, Dialogo con l’amore, a cura di Ugo Perone, edito da Rosenberg & Sellier.

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martedì, 25 marzo 2008

DARWISH E LA STORIA

Propongo un mio articolo, Darwish e la storia, comparso lo scorso 23 marzo su IlSole-24Ore Domenica.

Una volta, il poeta iracheno Sa‘adi Yussef  ha sostenuto che «tutti i poeti palestinesi si sono appoggiati alla Palestina, tranne Mahmud Darwish, poiché è la Palestina ad essersi appoggiata a lui».

Mahmud Darwish è un poeta nato a Birwa, un villaggio della Galilea, nel 1942. Oggi vive tra Ramallah e Amman e nella sua poesia difende una certa immagine della Palestina, celebrando cose estremamente semplici e modeste: l’erba, le rocce e un fiore di mandorlo.

Oltre l’ultimo cielo presenta al pubblico italiano questo straordinario intellettuale palestinese che discute di halhala (la forma poetica che si fonda sull’intuizione) e cita T.S. Eliot. Le pagine dedicate alla storia sono bellissime. Darwish ammette di essere stato in questi ultimi cinquant’anni un testimone privilegiato dell’assurdità della Storia. Essa è indifferente: non si cura dell’umanità, dei suoi attori o delle sue vittime. Darwish introduce il concetto di ironia per lenire le ferite cagionate dalla Storia. L’ironia è per lui una sorta di duello elegante con la Storia che permette di affrontarla sul suo terreno, ad armi pari: «Ci vuole un certo nichilismo per sopportare la ferocia della storia».

Il volume raduna alcuni interventi di Darwish sulla Palestina; le sue discussioni con il poeta libanese Abbas Baydoun e con gli scrittori palestinesi Liana Badr, Zakariyya Muhammad e Mundhir Jabir. I testi di Darwish sono tradotti dal francese e dall’arabo da Gaia Amaducci, Elisabetta Bartuli e Maria Nadotti.

Mahmud Darwish, Oltre l’ultimo cielo. La Palestina come metafora, Epoché, Milano, pagg. 172, € 14,00.

postato da: coaloalab alle ore 17:20 | link | commenti (9)
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sabato, 22 marzo 2008

BUONA PASQUA AI BLOGGER E AI MIEI AMICI MOSTRI!

Il nostro blog è visitato da molti blogger ma non solo. Ci sono anche alcuni amici, come i Mostri (nella foto in alto il gruppo dei "Vecchi"): lo Sberro, Nonna, Gas, Diego, Pinna e Andrea, ora a Londra a cercare una dimora comoda per il nostro "gruppo"... e Roberto con Monica. 

Il blog ospita  anche il mio super gatto Amelio (a destra), alcuni studenti dell'Università degli Studi di Milano, mon frère aîné Gionata, mon cousin au deuxième degré Gianluca, i libri della mia mansarda (nella foto in basso), Marine e Bernard da Moleto... Magnolia dal Messico, ma soeur, ma chère Murielle da Bruxelles, mon ami Marco Zatterin, Davide, uno scrittore di noir, Laura da Shanghai, Giulia da Candia Lomellina (prossimamente anche lei a Shanghai) e ovviamente l'amico barbiere di Fleet Street...

A volte il blog ospita anche gli interventi deliranti - e quindi sempre graditi - di Serena Vitale. 

Caspita, stavo dimenticando Silvia (senza di lei sarei un asino, altro che un flâneur nel campo di battaglia).

A tutti un abbraccio e tanti auguri per una felice Pasqua!

 

postato da: coaloalab alle ore 09:11 | link | commenti (25)
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