CoaloaLAB

"Il Laboratorio" di Roberto Coaloa nasce dall'esperienza all'Universita' Statale di Milano nell'anno accademico 2006/2007 e vuole essere uno spazio libero alla scrittura per gli studenti del corso e per tutti gli altri che vorranno partecipare a questi esercizi di scrittura. L'arte della critica è difficile. E non dimentichiamo lo stile: alla maniera di Gustave Flaubert siamo convinti che qualunque sia la cosa che si vuol dire, c'è soltanto una parola per descriverla, un verbo per animarla e un aggettivo per qualificarla. L'idea è bella ma difficile da realizzare. "Il Laboratorio" presenta recensioni di libri e commenti, cercando la chiarezza espositiva e la completezza.

Chi sono

Utente: coaloalab
Nome: Roberto Coaloa
giornalista e professore: ozioso affaccendato. Scrivo sulle pagine culturali IlSole-24Ore Domenica. Insegno all'Università Statale di Milano nel corso di Scienze umane per la comunicazione. L'ozioso affaccendato è mutuato da un pensiero di Goethe...

Categorie

Partecipano

Foto recenti

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
mercoledì, 04 novembre 2009

GRANDE GUERRA. 4 NOVEMBRE. VERSO LA «TRINCEROCRAZIA».



Propongo il mio articolo “Verso la «trincerocrazia»” uscito su “IlSole-24Ore Domenica” il 1° novembre 2009.


Sul tema della Grande guerra, e in particolare sul significato del 4 novembre nella memoria storica del nostro paese, abbiamo già dibattuto in altre occasioni, in articoli sulla stampa nazionale e locale:

"4 novembre: fu vera vittoria?"

"I monumenti."


E con approfondimenti sul
blog.


Nei prossimi giorni proporremo su questo blog alcuni interventi degli studenti dell’Università Statale di Milano, che hanno preparato per il laboratorio “La storia e la memoria” alcune riflessioni sul tema della Grande guerra.

Vorrei che il dibattito continuasse anche sul mio blog.

 

 

Verso la «trincerocrazia»

di Roberto Coaloa

 

CadornaÈ raro che uno storico britannico ammetta che alcune tra le più spietate battaglie della Grande guerra si svolsero sul fronte italiano. L’inglese Mark Thompson, controcorrente, lo definisce «unico» e ne ricostruisce le condizioni storiche, illustrando quella “terra di nessuno” di seicento chilometri dalle Dolomiti all’Adriatico, immersa in un biancore eterno di pietre e di neve.

Il conflitto tra regno d’Italia e impero d’Austria-Ungheria costituisce un’anomalia della Grande guerra: fu vissuto dai patrioti italiani come la Quarta guerra d’indipendenza del Risorgimento. Thompson racconta la storia di quella convinzione, di chi la sosteneva, come il generale Luigi Cadorna, dal «sadismo mistico», e di chi ne pagò il prezzo: i soldati, sacrificati alla dottrina dell’assalto frontale.

In modo antieroico lo storico descrive la guerra; le sue interpretazioni sono incisive, sorrette dalla valorizzazione di fonti poco note, come i diari dell’epoca e le interviste ai veterani. Sono utilizzate le citazioni di scrittori schierati su fronti opposti: Ungaretti, Hemingway, Dos Passos e Musil. Non solo, Thompson da fine letterato compara quelle memorie di guerra con altre. Ad esempio, commentando lo «straordinario» poema Perché non ti uccisi di Fausto Maria Martini, che descrive la decisione del fante italiano di non uccidere il soldato austriaco, Thompson ricorda il verso di Wilfred Owen: «Io sono il nemico che hai ucciso, amico mio!». Il riconoscimento del sé nell’altro scardina ogni argomentazione a favore dell’assassinio organizzato.

DiazLo storico inglese, però, non è a suo agio sugli aspetti militari delle battaglie; non analizza le cifre dell’operazione che portò gli italiani ad oltrepassare il Piave e ad inseguire l’avversario; non comprende perché Diaz, nel “Bollettino della Vittoria” del 4 novembre 1918, ci tenesse ad elencare con precisione chi combatté in quella guerra. Dalle trincee, così pare secondo un pregiudizio, si passò all’astuzia per vincere: l’autore cade nel solco di una tradizione storiografica molto british, che non riconosce la vittoria italiana.

Thompson chiude il suo brillante saggio con lo scenario del 1919, l’anno della pace persa dall’Italia. I politici sciuparono i loro crediti con gli Alleati, compromettendo la loro posizione alla conferenza di Parigi «in maniera così spettacolare che le campagne di Cadorna, al confronto, apparivano quasi giudiziose». Nel 1919 si prepara l’ascesa della «trincerocrazia» di Mussolini, che seduce gli italiani con l’idea che la Grande guerra costituisca il fondamento della nazione.


Mark Thompson, «La guerra bianca. Vita e morte sul fronte italiano 1915-1919», Il Saggiatore, Milano, pagg. 504, € 22,00.

Le fotografie dall'alto in basso: Monumento ai caduti della Grande Guerra al Cimitero di Ozzano nel Monferrato; Luigi Cadorna (1850-1928); Armando Diaz (1861-1928).

postato da: coaloalab alle ore 18:04 | link | commenti (8)
categorie:
lunedì, 19 ottobre 2009

1909. LO ZAR NICOLA II A RACCONIGI. L'ALLEANZA ITALO-RUSSA E LE IPOTESI DI UNA POLITICA ESTERA NEI BALCANI



La visita dello Zar Nicola II a Racconigi.

Tra le ultime tappe del Risorgimento (1909-2009).

 

 

La visita dello zar in Italia e le ipotesi di una politica estera italiana nei Balcani,
da Cesare Balbo a Gaetano Salvemini. All'ombra dello Zar e del Kaiser.
 
Di Roberto Coaloa
 
“DELENDA AUSTRIA”: LE IPOTESI DI UNA POLITICA ESTERA NEI BALCANI, DA CESARE BALBO A GAETANO SALVEMINI. ALL’OMBRA DELLO ZAR E DEL KAISER.
Prima dell’Unità d’Italia, prima dell’intervento del Piemonte nella Questione d’Oriente, quando il Regno di Sardegna per iniziativa di Cavour partecipò alla guerra di Crimea, l’iniziativa di una originale politica estera nei confronti dei Balcani fu presa dal torinese Cesare Balbo (1789-1853). Egli auspicava un allontanamento dell’Austria dalla penisola italiana attraverso una spinta dei suoi interessi verso Oriente, in primo luogo nei Balcani.
Cavour riuscì, dieci anni dopo la proposta di Balbo, ad isolare l’impero asburgico (che tradì fatalmente l’alleato russo nel 1854) e combattere a fianco di Francia e Inghilterra per la sopravvivenza della “Sublime Porta", contro gli interessi austriaci e soprattutto di quelli russi.
Cinquant’anni dopo, l’Italia e l’impero austro-ungarico furono i primi Stati ad approfittare del “Grande malato d’Europa”, annettendosi parti del suo territorio: nel 1908 e nel 1911.
Dalla metà dell’Ottocento fino agli inizi del Novecento i rapporti dell’Italia con la Russia furono tesi. Inoltre, con la costituzione della Triplice alleanza nel 1882 il regno d’Italia entrò in una combinazione politica che non lo poneva in buona luce per i russi, sempre in contrapposizione all’Austria-Ungheria nei Balcani, nonostante l’esistenza del Dreikeiserbund, che infatti di lì a quattro anni sarebbe definitivamente naufragato. E proprio per questioni balcaniche, con Crispi appena giunto al potere, la diffidenza italiana verso la Russia fu più volte espressa. Crispi, in sostanza, si dichiarava favorevole alla presenza austriaca nei Balcani.
I russi, dal canto loro, durante la guerra italo-abissina, chiusasi con la sconfitta di Adua, appoggiarono gli abissini. La caduta di Crispi nel marzo 1896, dopo quella infelice avventura coloniale, portò al potere Rudinì e comportò un progressivo miglioramento nei rapporti con la Russia.
Scoppiata la Prima guerra mondiale, il Regno d’Italia si alleò con Francia, Inghilterra e Russia contro gli imperi centrali, in particolare la Grande Guerra fu avvertita come la quarta guerra di indipendenza contro il nemico storico: l’Austria.
Gaetano Salvemini riprese l’antico spirito risorgimentale e, proclamando la sua fede patriottica, si dichiarò fautore di una guerra di annientamento dell’impero asburgico, come testimonia il suo celebre pamphlet “Delenda Austria”.
 
 
PRIMA DI RACCONIGI, NEL REGNO DI SARDEGNA: CESARE BALBO.
Cesare Balbo, nel 1844, in Delle speranze d’Italia, auspicava che «la maggior parte delle province Turco-Europee» passasse «in qualsiasi forma ad Austria».
Osserva Balbo:
 
«Un giorno o l’altro, in un modo o nell’altro sarà forza probabilmente tornare all’idea semplice e primitiva, della partizione intiera o poco meno che intiera dell’imperio ottomano in province delle nazioni presenti cristiane. E del resto pogniamo che si spartisse non in provincie, ma in protettorati cristiani; la question riman la stessa: fra chi si spartiranno? – Ora, non sono limitrofi all’imperio ottomano cadente, non possono prendere parte diretta alle spoglie europee, se non due potenze cristiane, Austria e Russia. E quindi quando si venga all’inevitabile divisione delle provincie o de’ protettorati, ella non potrà farsi se non tra Russia e Austria; tutto ciò che non diventerà in qualunque modo russo, diventerà in qualunque modo austriaco, tutto ciò che non diventerà austriaco, diventerà russo. Le ambiguità dureranno anni, secoli; ma cesseranno all’ultimo, per lasciar luogo a que’ fatti semplici e naturali, che sono come le constanti della storia. E venutosi ciò, che le spoglie ottomane europee diventino in qualunque modo accrescimento russo od austriaco, io lo domando poi a qualunque uomo Italiano, Francese, Inglese, Tedesco, Spagnolo, od anche Russo spregiudicato: quale può essere l’interesse cristiano maggiore?
Che s’accresca la Russia? Ovvero l’Austria? Che s’accresca di tanto, e si porti a mezzodìed occidente quell’imperio così oltrepotente già, così ambizioso, così affettante preponderanza universale, come è Russia? Ovvero che s’accresca un imperio tanto meno potente, tanto meno (salvo in Italia) prepotente, così poco ambizioso di conquiste, che indugia quelle stesse che le sono inevitabili, come Austria? – Che si lascino le bocche del Danubio a chi non ne ha né può aver mai il corso Germanico, a chi non v’ha né può avere interesse se non di chiuderlo? Che si sottomettano al capriccio russo tutti i progressi commerciali della Germania? Ovvero che si diano quelle bocche e il orso inferiore di quella gran comunicazione germanica ed europea a chi ne ha già tutto il corso superiore, a chi ha interesse a trarne tutto il profitto per sé, e per altrui? – Che si aggiungono per contrafforte alle chiuse del Danubio le chiuse del Mar Nero, e si faccia di questo lago, una darsena, un dock russo, dove s’esercitino e progrediscano tranquille le armate navali di quella potenza, per iscendere in poco più d’un dì nel Mediterraneo, e cadere in tre sul gran passaggio orientale di Alessandria e di Suez, e in dodici o quindici su qualunque altra stazione navale greca, austriaca, italiana, inglese, francese o spagnuola? Ovvero che sottoposti Bosforo e Dardanelli insieme sulla costa occidentale ad Austria, non solo si confermi l’utile che verrebbe ala Cristianità dall’apertura del Danubio, ma si divida così il mar Nero tra due grandi potenze, non si lasci esser lago di nessuna esclusivamente, non occasione ed aiuto ad affettar niun imperio nel Mediterraneo?»
 
Anzi, Balbo arrivò a sostenere la necessità dell’impero degli Asburgo.
 
«Certo è interesse italiano, ma è pur universale cristiano che s’accresca Austria, Austria sola od almeno principalmente, Austria direttamente facendo province sue, o almeno indirettamente facendo protettorati suoi, delle spoglie europee ottomane; perché non è destinazione durevole di quelle spoglie se non questa; perché Austria, salvaguardia e palladio d’Europa per il presente, sarà tale molto più per l’avvenire; perché tutte le esitazioni, tutti i ritardi succeduti fin qui nello scioglimento della gran questione, non sorsero se non dall’esitare dell’Austria stessa; e perché secondochè durerà o cesserà quest’esitazione durerà a danno o finirà a pro di tutti la gran rivoluzione orientale. – Io son lontano dagl’Italiani pregiudicati, gretti, odiatori ed isolanti. Ma tant’è ch’io li abbandoni del tutto. Essi avranno da gran tempo già abbandonato me e il mio libro».
 
 
DOPO RACCONIGI, L’ITALIA NELLA GRANDE GUERRA: GAETANO SALVEMINI.
Tra il dicembre del 1916 e il marzo del 1917, Gaetano Salvemini fece un giro di conferenze tra Padova, Milano, Firenze, Cremona, Rovigo e Venezia.
Il momento è delicato: sta per uscire dalla guerra la Russia, travolta dal caos e da un’imminente rivoluzione. Sull’Italia e sui Balcani può agire più incisivamente il nemico, alleggerito dal fronte orientale.
 Il testo del suo discorso fu raccolto in un volume dal titolo Delenda Austria, pubblicato a Milano, nel 1917, dagli editori Fratelli Treves.
Salvemini si era sempre dichiarato favorevole alla sopravvivenza dell’impero degli Asburgo, nella speranza di una loro trasformazione in una «Svizzera danubiana».
Le sue posizioni cambiarono durante gli anni di guerra; le sue simpatie per l’Austria svanirono poiché «La dinastia degli Absburgo e la clientela tedesco magiara, che le dà gli uomini per l’alta gerarchia militare, civile ed ecclesiastica, tentano fra noi la commedia di ripresentarci un’Austria pentita e contrita e rinnovata ed emancipata dalla Germania».
Per sconfiggere il Secondo Reich, Gaetano Salvemini vede come unica soluzione praticabile la distruzione dell’impero degli Asburgo:
«Ora, prima condizione per la soluzione del problema dell’isolamento della Germania, è la demolizione totale dell’Austria-Ungheria».
La conclusione di Salvemini, dopo aver svelato il trucco della propaganda di guerra che vorrebbe un’Austria democratica, mette in guardia dai pericoli di questa propaganda, forse più pericolosa: «perché non richiede nessun atteggiamento di sfiducia, anzi consente di conciliare le pose patriottiche con le necessità della politica germanica: ed è quella che tende a riconciliarsi con Casa d’Austria e a fare della patria di Mazzini lo strumento del salvataggio dell’Impero austro-ungarico. Contro questa propaganda, che se dovesse prevalere, farebbe della nostra eroica epopea nazionale una miserabile manovra di ricatto, e condurrebbe sul nostro paese giorni assai neri i nuova servitù germanica, - contro questa propaganda, insidiosa e funesta, noi non staremo mai in guardia abbastanza».
 
 
LA VISITA DELLO ZAR A RACCONIGI.
Tra il 23 e il 25 ottobre 1909 lo zar Nicola II è a Racconigi. All’epoca egli ha guadagnato la più grande ostilità del movimento operaio russo, che finirà per detronizzarlo nel 1917. In Italia è odiato dai socialisti, ostili alla «obbrobriosa visita del tiranno russo». Gli anarchici, da parte loro, avrebbero voluto semplicemente farlo saltare in aria.
Per evitare manifestazioni di protesta, si decide di non dare troppa pubblicità all’incontro tra il re d’Italia e lo zar e di condurre l’ospite nella residenza autunnale di casa Savoia presso il castello di Racconigi.
Il treno che portò lo zar a Racconigi allungò il percorso di tremila chilometri, per non passare sul territorio dell’impero d’Austria-Ungheria: tanto erano tesi i rapporti fra i due Stati. Proveniente da Belfort, entrò in Italia a Bardonecchia. Dalla stazione alpina a Racconigi sono centotrenta chilometri. Non meno di undicimila soldati furono dislocati lungo il percorso. Le strade adiacenti furono sbarrate con tronchi d’albero; pattuglie di cavalleria perlustravano i campi, e c’erano picchetti armati ad ogni casello e sotto ogni ponte. Queste precauzioni, intese ad assicurare l’incolumità del sovrano più vigilato d’Europa, costarono all’erario circa due milioni di lire oro. Erano giustificate dalle minacce socialiste di provocare incidenti. Giolitti fece sapere che, se si fosse udito soltanto un fischio nelle vicinanze di Racconigi, avrebbe destituito i prefetti di Torino e di Cuneo.
Vittorio Emanuele III aveva in precedenza conosciuto lo zar a Pietroburgo nel luglio del 1902: fu quella la prima visita del nuovo re d’Italia a un capo di Stato.
(Una foto dell’epoca mostra il re d’Italia con Nicola II alla rivista di Tsarkoe-Selo).
L’incontro di Racconigi fu molto cordiale e avvenne senza intoppi. Al seguito dello zar c’erano il barone Frederiks e l’ambasciatore russo in Italia, Nicolaj Dolgorukij. Vicino ai russi, Tittoni sembrava piccolo, ma Giolitti non sfigurava per la statura, e portava un palamidone nuovo, di taglio perfetto.
(La foto dell’incontro di Racconigi mostra da sinistra, seduti, il re Vittorio Emanuele III, lo zar Nicola II, la regina Elena e la contessa Guicciardini. Al centro dei quattro c’è, in piedi, Giovanni Giolitti. Accanto a lui, alla sua sinistra, Alexander Petrovich Izvolskij).
Giovanni Giolitti intrattenne lunghe discussioni con lo zar, da cui ebbe l’impressione di un uomo mite e colto, ma di scarsa energia. Ai colloqui ufficiali fu presente anche il ministro degli Esteri, Tommaso Tittoni, il principale artefice della politica estera giolittiana, che mirava al mantenimento degli impegni con Germania e Austria-Ungheria previsti dalla Triplice Alleanza e ad un parallelo avvicinamento alla Francia.
L’incontro con lo zar consentì all’Italia di riproporre i suoi interessi nei Balcani, allora dominati dall’impero d’Austria-Ungheria (che nel 1908 aveva inglobato la Bosnia-Erzegovina), e nello stesso tempo di assicurarsi il disinteresse anche della Russia nei confronti della Tripolitania e della Cirenaica, già garantito dalle principali capitali europee.
Lo storico inglese Alan John Percival Taylor (1906-1990) in The Struggle for Mastery in Europe: 1848-1918 (Traduzione italiana: “L’Europa delle grandi Potenze”), inquadra l’accordo di Racconigi nel periodo storico degli «anni dell’ostilità anglo-tedesca». Un periodo complesso: se in Europa l’impero britannico provava e trovava un’intesa con la Russia, contro il Reich tedesco, in Oriente la situazione era assai vischiosa e piena di sviluppi imprevisti (a quell’epoca i russi non avevano interessi profondi nel Vicino Oriente: volevano soltanto che gli Stretti rimanessero sotto il controllo di una Turchia indipendente. L’Asia costituiva per loro la zona di maggior interesse: la Cina e la Persia suscitavano nella Russia allo stesso tempo vive preoccupazioni e grandi ambizioni. I contrasti anglo-russi si acuirono ne 1909, quando in Persia una rivoluzione rovesciò lo Scià. In Cina l’Impero dei Manciù era vicino allo sfacelo; nel 1910 la rivoluzione lo distrusse completamente. La Russia desiderava approfittare dell’occasione per rendere impossibile qualsiasi ripresa: i francesi, pur non avendo alcuna posta propria in gioco tranne che nell’estremo Sud, si affiancarono in nome dell’alleanza franco-russa. Le grandi Potenze – Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti – avevano in comune l’interesse di ristabilire l’ordine in Cina e di favorirne la prosperità).
Tra i protagonisti dell’accordo di Racconigi, Taylor segnala Alexander Petrovich Izvolskij (1856-1919), il diplomatico russo che fu l’architetto dell’alleanza tra l’impero dello Zar e quello britannico prima della Grande Guerra.
Izvolskij, per lo storico britannico, era alla ricerca di successi personali:
«Izvolskij non poteva dimenticare la sua umiliazione personale nella questione della Bosnia e si trascinava per tutta l’Europa, da uno Stato all’altro, implorando che accondiscendessero all’apertura degli Stretti. Egli stringe perfino un patto con l’Italia, nell’ottobre del 1909 a Racconigi, in base al quale gli italiani non avrebbero fatto difficoltà ai progetti russi sugli Stretti in cambio del beneplacito russo alle loro mire su Tripoli. Subito dopo (19 dicembre 1909) gli italiani strinsero un accordo con l’Austria-Ungheria in base al quale promisero di informarsi reciprocamente circa “ogni proposta, avanzata da terze Potenze, che potesse essere in contrasto o con il principio di non intervento o con lo status quo”».
Per Taylor non fu un grosso successo l’accordo italo-russo («A Racconigi non fu un grosso successo; tale patto, come quello stretto fra Italia e Francia nel 1900 e nel 1902, nasceva dalla ferma decisione degli italiani di non compromettersi prima che fosse chiaro quale sarebbe stata la parte vincente»).
A noi, invece, pare un momento significativo della storia europea, prima delle guerre balcaniche e del fatale attentato di Sarajevo.
Secondo Gaetano Salvemini (1873-1957) l’intesa di Racconigi, pur non essendo in contrasto con la Triplice Alleanza, fu certamente il frutto della diffidenza del governo italiano nei confronti del governo di Vienna.
Un’altra interpretazione (S. Bradshaw Fay) considera l’accordo di Racconigi come un “mercato” il cui scopo rientrava nel disegno russo di preparazione attiva al conflitto tra lo slavismo e il germanesimo.
Il giorno in cui lo zar mise piede in Italia, 23 ottobre, la Rossija, giornale ufficiale di Pietroburgo, pubblicò un articolo che, dato il carattere del foglio, aveva il valore di un comunicato del governo imperiale. Il pezzo affermava che l’accordo tra lo zar e il re d’Italia destava sincera simpatia fra le diverse classi della società russa e italiana; inoltre, aveva un rilevante accenno alla Francia: «divide questo sentimento anche la Francia alleata dei russi, la cui stampa accenna al carattere del tutto pacifico che ha il riavvicinamento della Russia all’Italia».
L’ambasciatore francese a Roma, Camille Barrère, poteva essere soddisfatto: era un giorno che aveva atteso da tempo e per il quale aveva alacremente lavorato, dai primi anni del Novecento, quando costruì l’intesa italo-francese.
Il riavvicinamento tra Russia e Italia era di notevole soddisfazione per la Francia, che certo non poteva non apprezzare l’importanza politica dell’avvenimento. Vi era in tutto questo uno stridente contrasto con i timori e i dubbi austriaci.
Nel pomeriggio del 25 lo zar ripartì seguendo la stessa lunghissima via dell’andata.
 
 
Roberto Coaloa.
Racconigi. Ottobre 2009.
 
 
 

postato da: coaloalab alle ore 11:26 | link | commenti
categorie:
lunedì, 31 agosto 2009

POVERE BIBLIOTECHE D’I-TAGLIA

Propongo il mio articolo “Povere biblioteche d’I-taglia” uscito su “IlSole-24Ore Domenica” il 26 luglio 2009.

Il pezzo ha suscitato una vivace discussione su vari siti e blog. Tra gli altri:

Nuovosistemafieramilano.

Liquida.

"I doni del re mago" di Fabrizio M. Rossi.

Ilfilorozzo.

Area Nord-Ovest. Sistema Bibliotecario Intercomunale.

Biblioteca.

Vorrei che il dibattito continuasse anche sul mio blog. Vi prego di segnalarmi quali sono le vostre biblioteche preferite o quelle che ritenete peggiori! Come funzionano? Come sono? Quali sono gli orari di apertura? Che cosa le rende particolari, indimenticabili (nel bello e... nel brutto)?

 

POVERE BIBLIOTECHE D’I-TAGLIA di Roberto Coaloa

 

Provate a entrare in una biblioteca pubblica italiana, ad esempio la Sormani di Milano; si ha la sensazione che il bibliotecario consideri il lettore un nemico, un antipatico flâneur, un fannullone. Si rimane sconcertati dai tempi di attesa per avere un libro in consultazione e spesso le sale sono troppo rumorose per dedicarsi alla lettura. E sorprende ancora di più non trovare opere di autori viventi, ma già classici, come Alberto Arbasino. Nelle biblioteche italiane l’orario è assurdo: quasi impossibile per chi lavora durante il giorno trovarle aperte di sera (come succede in tutta Europa, dove sono accessibili fino a mezzanotte e anche di domenica). Aggiungiamo che il prestito è scoraggiato. Per lo studioso, l’unica chance di avere un libro in consultazione in tempi ragionevoli è affidata alla conoscenza personale del bibliotecario. Spesso biblioteche civiche di provincia, che contengono fondi appartenuti a studiosi insigni o conservano biblioteche di famiglie aristocratiche, sono ‘dirette’ da segretari comunali (non esperti bibliotecari dal curriculum comme il faut), che trasformano la biblioteca in stanze di ricevimento per amici. Negli ultimi 25 anni molte biblioteche pubbliche si sono ‘modernizzate’ cercando di attirare nuovi utenti, adottando degli spazi più simili a quelli di librerie o di negozi. In qualche comune si pensa anche di realizzare una piscina per l’estate, assumendo dei bagnini per la distribuzione di libri. Il miraggio è quello di alcune biblioteche americane o europee, come la Openbare Bibliotheek di Amsterdam, dove il settore tecnologico è al top, dove l’accesso a internet è libero e i lettori possono bere e mangiare, passeggiando tra comodi scaffali aperti nelle sale. In Italia l’esistenza di biblioteche di conservazione rende difficile l’idea di una biblioteca più à la page. Alcune hanno però saputo trasformarsi diventando un luogo gradito allo studioso: a Pistoia si trova una delle biblioteche più moderne e frequentate della Toscana; in Emilia Romagna primeggiano la Panizzi di Reggio Emilia, la Delfini di Modena e soprattutto la Ariostea di Ferrara, luogo di forti emozioni per la storia che vi hanno illustrato personaggi come Ariosto e Paracelso. Accanto alle sale severe, in un andito buio si scopre l’altare profano dedicato al culto di Vincenzo Monti (è conservato il suo cuore in un’ampolla), ci sono giardini interni dove gli studenti possono mangiare e bere conversando con gli studiosi che cercano un momento di tregua dalle sudate carte. Lo studioso avvezzo a peregrinazioni e ricerche conosce altri spazi di eccellenza. A Milano si trovano vere isole di cultura, come la Braidense o la Trivulziana. Quest’anno ricorre il quarto centenario dell’apertura al pubblico (1609) della Biblioteca Ambrosiana. Il responsabile, monsignor Buzzi, annuncia che per festeggiare la ricorrenza, dal 10 settembre e per sei anni consecutivi sarà esposto il Codice Atlantico di Leonardo. Nel 1816 lord Byron andò in estasi per la collezione di manoscritti della Biblioteca Ambrosiana creata dal cardinale Federico Borromeo. Non solo: rubò anche una ciocca di capelli di Lucrezia Borgia. Oggi, assicura Buzzi, un furto del genere sarebbe impossibile. Quel che resta della ciocca di Lucrezia Borgia, è ora visibile nelle sale della Pinacoteca. Il direttore della Biblioteca Nazionale di Napoli, Mauro Giancaspro, commenta sconsolato i magri o addirittura assenti fondi destinati al funzionamento delle biblioteche pubbliche italiane: ‘I tagli presenti nel bilancio dello Stato sono un errore: la biblioteca ha un ruolo sociale di rilievo, inoltre non è solo un luogo per raccogliere informazioni, è anche un luogo di emozioni’. A Napoli infatti la Biblioteca Nazionale conserva i capolavori dei Farnese, degli Aragonesi, dei Borbone (al direttore Giancaspro è capitata la sorte di avere come ufficio la stanza dove è nato Vittorio Emanuele III …). Lo studioso che si avventuri negli spazi della Nazionale (l’entrata è gratuita) può godere di un’ebrezza anamnestica, in cui tempi e luoghi lontani irrompono nell’attimo e nella contemplazione di antiche pietre. Giancaspro è orgoglioso della ’sua’ biblioteca: ‘le porte della Nazionale sono aperte a tutti, soprattutto ai napoletani, che quando varcano per la prima volta la soglia esprimono il loro stupore: “e chi andava all’idea?” (”chi poteva immaginarlo”)’. Il personale attuale della Biblioteca è di 280 unità. Si deve occupare di 20.000 mq, con 2 milioni di libri. L’eccellenza della Nazionale, osserva Giancaspro, è frutto anche di ’situazioni acrobatiche’: con grandi sacrifici e turni di lavori l’apertura della Biblioteca è garantita anche ad agosto dalle 8.30 alle 19.30. A Torino l’Accademia delle Scienze riceve dal Ministero un contributo che è diminuito negli anni da 92.000 (2002) a 69.320 euro (2008). Nella capitale sabauda, la Biblioteca Nazionale Universitaria vive una situazione drammatica: i magri fondi del Ministero per i Beni e le Attività culturali non permettono più di aggiornare la cospicua e originale raccolta sul diritto, l’arte e il cinema. Le materie scientifiche sono le più penalizzate. Nel 2005 i fondi ministeriali per l’acquisto di libri erano stati di 390.000 euro, scesi nel 2008 a 216.000 euro. Nel 2009 il fondo annunciato è di 159.000 euro. Negli anni Novanta nella Biblioteca lavoravano 140 persone, adesso sono rimasti in 80. L’ultimo concorso per bibliotecario risale al 1999 e ha fatto arrivare un solo nuovo addetto. Questo è il quadro. I tagli del Ministero per i Beni e le Attività culturali pesano su molte delle biblioteche più importanti del Paese. E penalizzano il ricercatore, costretto a costruirsi un proprio fondo a casa (il filosofo, ad esempio, può trovare prime edizioni di Hobbes ma non studi recenti sul pensatore inglese). Per questo motivo l’abitazione di uno studioso italiano diventa un magazzino ingombro di libri che invadono spesso la cucina e il bagno. Come ha osservato in varie occasioni Tullio De Mauro, un professore americano o francese ha pochi libri in casa, per la semplice ragione che, a differenza dei colleghi italiani, può contare su ottime biblioteche nella città in cui vive.

postato da: coaloalab alle ore 11:27 | link | commenti (38)
categorie:
venerdì, 31 luglio 2009

RICORDARE STANLEY CHAPMAN (1925-2009)

Il mondo della patafisica è in lutto. Chapman non è più!

Addio Stanley!

I tuoi amici del Monferrato patafisico

Death is the veil wich those who live call life: / they sleep, and it is lifted.

Shelley.

postato da: coaloalab alle ore 16:39 | link | commenti (4)
categorie:
martedì, 30 giugno 2009

FLASH-BACK DA SANT'ELENA

Nel 1927 usciva presso l’editore Formiggini, nella celebre e fortunata collana di «Profili», una splendida biografia su Napoleone. L’autore era uno storico quarantenne, Pietro Silva, allievo di Gaetano Salvemini alla Scuola Normale di Pisa. Silva, nato a Parma nel 1887, morto a Roma nel 1954, fu uno dei maggiori e più conosciuti autori di divulgazione storica: accanto agli studi come Il Mediterraneo dall’unità di Roma all’unità d’Italia, scrisse agili manuali di storia e collaborò al “Corriere della Sera” negli anni della direzione di Luigi Albertini.

Il testo su Napoleone spicca per la qualità della scrittura, raffinata e serrata, e per l’acuta interpretazione di un’epoca storica che ha forgiato la società moderna.

L’inizio del libro è originale, lontano dal filo cronologico consueto: da Ajaccio alla pianura di Waterloo. La biografia napoleonica comincia con un intenzionale flash-back dall’Isola. È a Sant’Elena, sull’altopiano di Longwood «battuto ed arso dai venti africani», che inizia la narrazione di una vita che – come tutte le vite – si comprende solo dalla sua fine. Nella figura di Napoleone, appare – scrive Silva – «riassunta e simboleggiata tutta l’eterna e alterna vicenda della sorte umana».

Silva è abile nel tratteggiare il lato molto umano dell’eroe romantico per eccellenza. Ma c’è in più soprattutto il rigore dell’analisi sire ira et studio: lo storico con gran perizia affronta gli avvenimenti dell’epoca napoleonica, distinguendo gli eventi effimeri da quelli decisivi, come il rafforzamento del sea-power inglese. Esso determina uno squilibrio profondo tra le forze in campo che va ben al di là di quelle straordinarie, ma mai autenticamente efficaci vittorie napoleoniche, che Waterloo fisserà per sempre nella leggenda di una gloriosa disfatta.

Per dirla con il grande Jacques Bainville: «Austerlitz, ma Trafalgar». Espressione che riassume il paradosso della più trionfale, ma forse anche della più inutile, vittoria dell’imperatore. Il sole che splende ad Austerlitz, il 2 dicembre 1805, non può far dimenticare la débâcle del 21 ottobre 1805 a Trafalgar.

Ora il Napoleone di Silva è ripresentato nella collana di studi diretta da Giovanni Brancaccio con un’introduzione del massimo storico dell’imperatore in Italia, Luigi Mascilli Migliorini, che valuta la biografia di Silva come una delle migliori della sua epoca. L’opera di Silva, infatti, ha saputo cogliere e anticipare l’atmosfera nella quale sarebbe nata la più bella biografia su Napoleone, quella di Jacques Bainville, e persino l’impronta critica impressa dalla scuola di un grande storico come Georges Lefebvre, che sottrae a Napoléon la classica aura eroica. L’imperatore di Silva, come nota Mascilli Migliorini, è un personaggio «toccato dalla lettura che ne aveva fatto Nietzsche alla fine del secolo precedente, ma non ancora investito dalle comparazioni a cui lo costringeranno da varie e contrastanti posizioni i drammi delle dittature novecentesche».

Pietro Silva, «Napoleone», Millennium, Bologna, pagg. 80, € 8,00.

postato da: coaloalab alle ore 16:07 | link | commenti (11)
categorie:
mercoledì, 03 giugno 2009

IL VIAGGIATORE A VILLA VIDUA

Nella splendida Villa Vidua di Conzano (in provincia di Alessandria), domenica 31 maggio, alle 18.00, si è presentato il libro di Roberto Coaloa, “Carlo Vidua e l’Egitto” (Linea BN La Carmelina Edizioni). Con l’autore ne hanno discusso Silvio Curto e Andrea Testa.

 

Silvio Curto (in piedi, nella foto in alto) è il più noto egittologo italiano (nato a Bra nel 1919).

Direttore per oltre venti anni del Museo Egizio di Torino, tra i suoi titoli figura quello di Accademico di Francia. È socio dell'Accademia delle Scienze di Torino, della Académie des Inscriptions et Belles Lettres di Parigi, dell'Institut d'Egypte e Istituto Archelogico Germanico, Officier de l'Ordre des Arts et des Lettres de France, Medaglia d'Oro per i Beni Culturali in Italia, Commendatore della Repubblica.

Ufficiale nella Divisione "Superga" dal 1941 al 1946; Campagna d'Africa. Ispettore presso la Soprintendenza alle Antichità Egizie dal 1946 al 1964, poi Soprintendente fino al 1984; dal 1971 altresì Dirigente Superiore nel Ministero dei Beni Culturali e Ambientali. Dirige la Missione Archeologica del Museo Egizio di Torino operante al salvamento archeologico della Nubia, dal 1961 al 69; svolgendo tale compito salva il tempio di Horus dedicato da Thutmosi III nel 1447 a.C. nella località di Ellesija, minacciata dalla costruzione della diga di Assuan. Il tempio di Horus fu quindi donato dall'Egitto all'Italia e ricostruito nel Museo. Ripristina le sale guariniane del Palazzo dell'Accademia delle Scienze, sede del Museo; affianca al Museo una biblioteca egittologica, praticamente completa e unica in Italia. Silvio Curto, per la divulgazione della Egittologia, promuove nel 1974 la formazione dell’associazione Amici Collaboratori del Museo Egizio di Torino, operante tuttora, ogni anno con otto conferenze mensili e con altrettante visite guidate al Museo. Nel 1965 organizza la pubblicazione di un nuovo catalogo del Museo, in volumi affidati a specialisti delle varie branche dell'egittologia. Promuove il riordinamento del Museo Egizio di Bologna (1961) e la creazione dei nuovi musei egizi di Milano (1972) e Mantova (1982). Docente di Egittologia nell'Università di Torino dal 1964 al l989 di Storia della Scrittura nel Politecnico di Torino, 1964-1984.

 

Andrea Testa è nato a Casale Monferrato nel 1958. Laureato in storia moderna a Genova, ha conseguito il dottorato di ricerca con una tesi in storia americana, relativamente alla guerra civile (1861-1865). Si è occupato di problemi di storia politica degli  USA a partire dai viaggiatori europei del sec. XIX, in particolare Carlo Vidua, per arrivare ai temi del federalismo e della politica estera in ambito contemporaneo. Un altro importante interesse è legato alla storia militare degli USA, di cui ha analizzato la guerra del Vietnam. Attualmente è professore a contratto di Storia delle dottrine politiche presso l’Università Cattolica di Piacenza.

 

 

 

 

Silvio Curto ha sottolineato l’importanza e la novità del saggio “Carlo Vidua e l’Egitto”: «uno studio brillante, decisivo per l’interpretazione di Vidua egittologo e cruciale per la storia delle esplorazioni».

Il saggio di Coaloa è basato sull'interpretazione di fonti inedite, in particolare quelle del "Fondo Vidua" dell'Accademia delle Scienze. I taccuini di viaggio sull'Egitto sono per la prima volta pubblicati.

Roberto Coaloa, «Carlo Vidua e l’Egitto», Linea BN La Carmelina Edizioni, Ferrara, pagg. 96, € 8.

 

Libreria del Museo Egizio di Torino,

Via Accademia delle Scienze, 6

10123 Torino

 

Libreria Labirinto

Via Benvenuto Sangiorgio, 4

15033 Casale Monferrato (AL)

 

Libreria Coppo

Via Roma, 85

15033 Casale Monferrato (AL)

postato da: coaloalab alle ore 17:27 | link | commenti (11)
categorie:
giovedì, 21 maggio 2009

ELENA LOEWENTHAL, "CONTA LE STELLE, SE PUOI"

Giovedì 28 maggio, alle 21.15, alla “Stalla” di Cave di Moleto, nell’ambito della rassegna “Undicimila Verbi”, Roberto Coaloa presenta l’ultimo romanzo di Elena Loewenthal, Conta le stelle se puoi (Einaudi, pagg. 264, € 17,50). Sarà presente l’autrice.

 

Elena Loewenthal (nella foto) è nata a Torino nel 1960. È narratrice e studiosa di Ebraistica. Nel corso degli anni ha tradotto e curato molti testi della tradizione ebraica e d'Israele. Per questo intenso lavoro ha ricevuto nel 1999 un premio speciale da parte del Ministero dei Beni Culturali. Per Adelphi ha curato l'edizione italiana dell'opera di Louis Ginzberg (1873-1953), Le leggende degli ebrei. Ha pubblicato insieme a Giulio Busi per Einaudi Mistica ebraica. Tutti testi della tradizione segreta del giudaismo dal III al XVIII secolo. Per Einaudi ha curato anche il volume Haggadah. Il racconto della Pasqua (2009).

Insegna Cultura ebraica alla Facoltà di Filosofia dell'Università Vita e Salute San Raffaele di Milano e scrive su La Stampa.

Tra i suoi numerosi saggi: Un'aringa in Paradiso. Enciclopedia della risata ebraica (Baldini Castoldi Dalai, 1997), L'ebraismo spiegato ai miei figli (Bompiani, 2002) e Scrivere di sé. Identità ebraiche allo specchio (Einaudi, 2007). Ha inoltre pubblicato i romanzi Lo strappo nell'anima (Frassinelli, 2002), Attese (Bompiani, 2004) e Dimenticami (Bompiani, 2006). Il suo ultimo romanzo, che verrà presentato a Moleto, Conta le stelle, se puoi (Einaudi, 2008) è la storia di Moise Levi e della sua famiglia in un'Italia in cui a Mussolini è preso "un colpo secco" nel 1924.

 

IL ROMANZO “CONTA LE STELLE, SE PUOI”

 

Elena Loewenthal studia la cultura ebraica e la storia degli ebrei in Piemonte da molto tempo: l’attento lettore può documentarsi con un suo bel saggio, Vita ebraica a Torino fra '800 e '900, in "Studi piemontesi" del marzo 1985.

In quello studio si nota che il quadro della comunità ebraica torinese appare oggi “vago” e “impreciso”. Infatti, gli archivi dell’Università Israelitica: «spettro demografico della comunità in un’epoca in cui gli ebrei non vengono più censiti in quanto tali dall’autorità pubblica ai fini di speciali imposizioni fiscali, bruciarono completamente nel corso del bombardamento che il 20 novembre 1942 devastò il tempio e la sede della comunità». Manca, come osserva Elena Loewenthal, l’elemento fondamentale per lo storico: le fonti, i documenti. E quindi, perduta irreparabilmente la conferma “ufficiale” dei tratti di questa vita ebraica torinese, occorre attingere alle tradizioni e ai ricordi strettamente privati e intimi.

Elena Loewenthal conosce nei minimi particolari la storia degli ebrei piemontesi, grazie soprattutto a questa grande tradizione orale, perpetuata nei decenni, nonostante la Shoah, nonostante la storia e i suoi atroci oblii.  

Elena Loewenthal propone in un romanzo di ricostruire quella storia, a modo suo: in modo originale, fantastico e indimenticabile.

Una storia possibile. Una storia che poteva essere possibile.

Moise Levi, “Moisìn”, ha solo ventitré anni la mattina di fine estate in cui lascia Fossano portandosi dietro un carretto di stracci. Vuole andare a Torino a far fortuna, e non può immaginare che quello sia solo l'inizio di una lunga storia. Perché Moise possiede un fiuto eccezionale per gli affari e per i sentimenti: darà il via a una florida ditta di commerci nel ramo tessile, e avrà due mogli, sei figli e un'infinità di nipoti sparpagliati ai quattro angoli del mondo. Dopo la grande guerra mondiale e quel "brutto spettacolo" della marcia su Roma, finalmente la vita di tutti ha ripreso il suo corso. Meno male che nel 1924 a quel "brutto muso di Mussolini" gli è preso un bel colpo secco («ne s-ciupùn da s-ciupé, un bel colpo secco»), altrimenti la storia di nonno Moise e della sua discendenza sarebbe stata molto diversa. Invece la famiglia Levi - con i suoi amori e i suoi affanni, i suoi commerci e le sue tribolazioni, le grandi cene di Pasqua e i lunghi silenzi delle stanze chiuse - diventa sempre più numerosa nella casa di via Maria Vittoria, costruita proprio lì dove una volta c'era il ghetto e adesso non c'è più. Elena Loewenthal non ha riscritto la Storia all'incontrario, ha provato piuttosto a mettere la vita al centro, dove la morte ha cancellato tutto. Ha lasciato scorrere la quotidianità dell'esistenza, con la sua allegria e la sua insensatezza, per vedere come le gioie e le fatiche di ogni giorno possano fondersi «in una cosa sola che non è troppo distante dalla felicità».

 

postato da: coaloalab alle ore 11:38 | link | commenti (15)
categorie:
mercoledì, 13 maggio 2009

CARLO VIDUA E L'EGITTO

Domani, giovedì 14 maggio, alla Fiera Internazionale del Libro di Torino, Roberto Coaloa presenterà il suo “Carlo Vidua e l’Egitto” (edito da Linea BN La Carmelina Edizioni), un saggio in edizione speciale per la Fiera.

Il formato del volume è molto bello. La prima edizione è in copie numerate. "Carlo Vidua e l'Egitto" è stato composto con ogni cura, scegliendo una raffinatissima carta, etc. etc. Tutto questo grazie al mitico direttore editoriale Roberto Meschini, che – è bastata una semplice telefonata – ha sposato subito il progetto di fare lo snello libro sul conte Vidua.

Questo volumetto anticipa una più ampia ricerca che il sottoscritto sta facendo presso l’Accademia delle Scienze di Torino e che vedrà la luce presso le “Memorie” dell’Accademia. Il testo “Carlo Vidua e l’Egitto” è basato sullo studio e l’interpretazione di molte carte inedite, in particolare quelle del “Fondo Vidua” dell’Accademia delle Scienze. I taccuini di viaggio sull’Egitto sono per la prima volta pubblicati.

Ora vi racconto il perché di questo libro, perché è stato necessario scriverlo ora, in occasione di questa “febbre egiziaca” che ha contagiato Torino. Vi emerge – spero – la figura di un intrepido viaggiatore dell’Ottocento e della sua esperienza nella terra dei Faraoni.

“Carlo Vidua e l’Egitto” è anche un piccolo omaggio al Paese africano, ospite della Fiera Internazionale del Libro di quest’anno.

Appuntamento, quindi, domani, dalle 12.00 alle 14.00 alla Sala Azzurra della Fiera Internazionale del Libro 

Nella foto in alto: Iscrizione di Carlo Vidua al Tempio di Sethi (Tebe Ovest). Fotografia di Maurizio Re, aprile 1989.

In basso: con un ritratto di Carlo Vidua al Museo Civico di Casale nel 1996.

Agli inizi dell’Ottocento erano pochi gli europei in viaggio in Egitto che, risalendo il Nilo, avevano superato l’isola di File. Nessuno si era mai avventurato più in là di Derr, allora capitale della Bassa Nubia.

Carlo Vidua (1785-1830), il viaggiatore più intrepido dell’Ottocento, compì quell’impresa: il suo viaggio in Egitto è un capolavoro.

Vidua arrivò ad Alessandria il 27 dicembre 1819 e ripartì dall’Egitto il 12 agosto 1820.  Simile all’ufficiale di marina Frederick Norden, Vidua viaggiò sul Nilo in battello. A differenza di Norden, che non lo lasciò mai, limitandosi a osservare da lontano con il cannocchiale i monumenti nubiani, Vidua visitò il tempio di Abu Simbel, facendo accurate esplorazioni, sfidando i coccodrilli, armandosi fino ai denti per contrastare gli attacchi di pericolosi banditi. Vidua visitò i templi, facendone per primo una puntuale descrizione degli esterni e soprattutto degli interni. I suoi taccuini di viaggio conservati all’Accademia delle Scienze di Torino, inediti, raccontano quell’incredibile avventura ad Abu Simbel, iniziata all’inizio del marzo 1820 e proseguita in quattro intensi e proficui giorni tra il 24 e il 27 marzo 1820. Vidua eseguì disegni esterni di notte, alla luce della luna, per difendersi dal caldo e fece lunghe visite all’interno del tempio.

Johann Ludwig Burchardt vide Abu Simbel nel 1813, ma non potè entrare. William Bankes, consigliato dallo stesso Burchardt, visitò il tempio nel 1815, ma senza nessun interesse scientifico. Giovanni Battista Belzoni e Bernardino Drovetti videro per la prima volta il tempio nel 1816, ma non riuscirono ad entrare. Nel giugno del 1817, Belzoni, insieme a Frederick William Beechey, Giovanni Finati, Charles Leonard Irby, James Mangles, compì una grande spedizione e riuscì ad entrare all’interno, dopo lunghi lavori, all’inizio dell’agosto 1817, non riuscendo però a compiere le misurazioni a causa della temperatura a 55 gradi centigradi. François-Chrétien Gau, nel febbraio del 1819 riuscì a prendere poche misurazioni generali. A.L.Corry si limitò a lasciare un’iscrizione sopra quella di Beechey. Sir Frederick Henniker, nel 1820, a differenza di Vidua, resistette solo quattro ore all’interno del tempio di Abu Simbel.

La stessa sorte ebbero coloro che entrarono nel monumento dopo Carlo Vidua: Cooper, John Christie e Casati nel 1821, Cailliaud nel 1822 e Rifaud, durante la sua seconda spedizione ad Abu Simmel. Nessuno riuscì a compiere dei disegni e delle misurazioni dell’interno di Abu Simbel. Vidua, invece, riuscì in quell’incredibile impresa.

Per un altro motivo il viaggio di Vidua in Egitto è un vero capolavoro. Si deve a lui, infatti, l’acquisizione della collezione di Drovetti, che porterà alla nascita del Museo Egizio di Torino.

Da Atene, il 1° aprile 1821, Carlo Vidua scrive a suo padre Pio Vidua, figura di primo piano nella corte del Regno di Sardegna: «Le raccomando l’unito foglio a Cesare Saluzzo per l’affare del museo Egiziaco. Spero aver reso un servizio al nostro paese, inducendo il sig. Drovetti a lasciare le trattative già molto inoltrate colla Francia, e a preferire la sua patria per l’acquisto del suo museo veramente unico. – Ho ricevuto un sì decisivo. Questo affare è stato interamente immaginato da me».

Proprio per la fama procuratasi tra gli egittologi del periodo, Jean-François Champollion lo cercò per la grande spedizione franco-toscana in Egitto, ma Vidua era già lontano, impegnato in altri viaggi.

Roberto Coaloa, «Carlo Vidua e l’Egitto», Linea BN La Carmelina Edizioni, Ferrara, pagg. 96, € 8.

postato da: coaloalab alle ore 16:32 | link | commenti (7)
categorie:
martedì, 28 aprile 2009

NINO BIXIO. DA MOZZO A GENERALE

Propongo un mio articolo Da mozzo a generale su un’originale biografia dedicata a Nino Bixio. Il pezzo è uscito sul supplemento culturale de “IlSole-24Ore” Domenica, 26 aprile 2009, pag. 32. L’opera di Jean-Jacques Villard getta nuova luce sulla figura del combattente del Risorgimento. Aggiungo che la bella biografia su Bixio mi era stata segnalata da Roberto Guerri, direttore del Museo del Risorgimento di Milano, che qui ringrazio: per la sua cortesia d’antan e per il suo impegno nel tener viva la memoria del secolo romantico.

 

La vita di Nino Bixio, il compagno di Garibaldi, il «secondo dei Mille», è un autentico romanzo di avventure. Nato a Genova il 2 ottobre 1821, ultimo di otto figli, Bixio fu imbarcato dal padre, appena tredicenne, come mozzo su una nave mercantile. La vita di mare, fatta d’azione e disciplina, forgiò un uomo dall’innato perfezionismo e dai modi ipercritici. Ritornato in Italia, Bixio diventò leggendario nell’impresa dei Mille. Garibaldi contribuì al mito con la frase: «Bixio, qui si fa l’Italia o si muore!».

La sua vita è stata raccontata come un «poema di eroismo e virtù». Giuseppe Guerzoni scrisse una biografia nel 1875 per l’editore Barbèra; Girolamo Busetto pubblicò nel 1876 un profilo, dedicato a Giovanni Lanza, «collega ed amico carissimo di Nino Bixio», nel quale si esaltò il carattere dell’uomo, che da mozzo diventò generale e che impersonò meglio di altri il «garibaldinismo». Queste opere, però, caratterizzate dall’impresa dei Mille, mancavano di cogliere le molteplici sfaccettature di una figura governata da una folle ansia romantica. Dopo l’Unità, Bixio è scagliato da un continente all’altro, spinto da una forza ignota: la vita attiva, la vita che si muove, si muove verso la morte. Bixio, il 16 dicembre 1873, morì nel mare di Sumatra, colpito da febbre gialla.

Jean-Jacques Villard, pronipote del generale garibaldino, ne ricostruisce la vita, affidando la narrazione ad un vero e proprio memoriale, che l’editore Viennepierre pubblica ora per la prima volta in Italia. Le preziose note autografe di Bixio furono trovate dalla figlia Giuseppina e poi generosamente donate dalla stessa alla cugina Abeille (figlia d’Alessandro Bixio, fratello di Nino), ossia la nonna di Jean-Jacques Villard. Gli elementi inediti di questo volume sono gli anni giovanili e la rivelazione d’aspetti privati: questa biografia “parla” di lui sia con la pregevolezza del testo di Villard sia attraverso le note di diario che Bixio aveva lasciato manoscritte.

Jean-Jacques Villard, «Nino Bixio», Viennepierre, Milano, pagg. 272, € 25,00.

postato da: coaloalab alle ore 10:24 | link | commenti (12)
categorie:
lunedì, 30 marzo 2009

VENTO DI LIBERTÀ NELLA TORINO DI GRAMSCI, GOBETTI E BOBBIO.

Silvia Oggioni propone la recensione, "Vento di libertà nella Torino di Gramsci e Gobetti" sul saggio La libertà uguale di Franco Sbarberi.

Lezioni in via Mercalli 21. Aula S02. Martedì dalle 16.30 alle 18.30.

La lezione di martedì 7 aprile non ci sarà. Riprendiamo martedì 21 aprile, dopo Pasqua e il periodo di chiusura dell'università. (Roberto Coaloa)

"VENTO DI LIBERTA' NELLA TORINO DI GRAMSCI E GOBETTI"

Di Silvia Oggioni

L’esigenza di libertà intesa come esercizio di un diritto condiviso è il filo conduttore che tiene uniti i vari autori della storia trattati in “Utopia della libertà uguale” di Franco Sbarberi. La panoramica dell’idea di libertà vista come prospettiva di medietà sociale ed economica è trattata dal saggio storico in cinque capitoli. Gramsci e Gobetti partono dall’analisi dello sviluppo industriale della Torino degli anni Venti. Credono nella mobilitazione delle masse operaie organizzate con rigore gerarchico condotte non dall’immobilità borghese, ma dal nuovo dinamismo industriale, garante di libertà. Il pensiero di Rosselli applica al socialismo i metodi liberali: l’individuo deve spingersi verso un’autonomia intellettuale di partecipazione attiva alla vita politica, in un contesto democratico e produttivamente autogestito. Calogero è esaminato da un punto di vista filosofico, aperto a un orizzonte di stampo fortemente cristiano, propone il volontarismo etico come forma di tirocinio generale al senso della giustizia mediante la combinazione di tre principi che hanno civilizzato l'uomo: l'amore per il prossimo, la libertà e l'uguaglianza. Calamandrei è uno dei Padri fondatori della Costituzione del 1948, e uno dei maggiori rappresentanti del liberalismo sociale di matrice azionista (dirigente politico del Partito d'azione). "La rivoluzione democratica come discontinuità dello stato" titolo del capitolo dedicato a questo personaggio storico mostra la volontà e l’esigenza di rompere la continuità istituzionale e rigida del passato di matrice fascista. Bobbio nell'ultimo capitolo è il cardine di una terza via tra socialismo e liberalismo. L'autore percepisce quindi la necessità di un progetto dinamico versatile applicabile all'individuo come stimolo alla partecipazione attiva. Il liberalismo sociale giunge quindi alla conclusione del perenne svolgimento al quale è sottoposto con il fluire storico e culturale, e alle porte del Novecento ha l’intento di porsi come garante nel congiungimento di libertà e giustizia nella costituzione democratica del presente e del futuro. Traspare talvolta l'impronta utopica da parte di autori come Gramsci o Calogero ritradotta nel presente più recente da Bobbio, tramite considerazioni più realistiche e aderenti all’ambiente storico e sociale, considerando una società molto provata e turbata dagli sconvolgimenti bellici.

Franco Sbarberi, L'utopia della libertà uguale, Bollati Boringhieri, Torino, pag. 218, euro 17.00.

Nella foto in alto: Norberto Bobbio, a destra, con Natalia Ginzburg e Vittorio Foa.

postato da: coaloalab alle ore 20:26 | link | commenti (17)
categorie: