
Propongo il mio articolo “Verso la «trincerocrazia»” uscito su “IlSole-24Ore Domenica” il 1° novembre 2009.
Sul tema della Grande guerra, e in particolare sul significato del 4 novembre nella memoria storica del nostro paese, abbiamo già dibattuto in altre occasioni, in articoli sulla stampa nazionale e locale:
"4 novembre: fu vera vittoria?"
"I monumenti."
E con approfondimenti sul blog.
Nei prossimi giorni proporremo su questo blog alcuni interventi degli studenti dell’Università Statale di Milano, che hanno preparato per il laboratorio “La storia e la memoria” alcune riflessioni sul tema della Grande guerra.
Vorrei che il dibattito continuasse anche sul mio blog.
Verso la «trincerocrazia»
di Roberto Coaloa
È raro che uno storico britannico ammetta che alcune tra le più spietate battaglie della Grande guerra si svolsero sul fronte italiano. L’inglese Mark Thompson, controcorrente, lo definisce «unico» e ne ricostruisce le condizioni storiche, illustrando quella “terra di nessuno” di seicento chilometri dalle Dolomiti all’Adriatico, immersa in un biancore eterno di pietre e di neve.
Il conflitto tra regno d’Italia e impero d’Austria-Ungheria costituisce un’anomalia della Grande guerra: fu vissuto dai patrioti italiani come
In modo antieroico lo storico descrive la guerra; le sue interpretazioni sono incisive, sorrette dalla valorizzazione di fonti poco note, come i diari dell’epoca e le interviste ai veterani. Sono utilizzate le citazioni di scrittori schierati su fronti opposti: Ungaretti, Hemingway, Dos Passos e Musil. Non solo, Thompson da fine letterato compara quelle memorie di guerra con altre. Ad esempio, commentando lo «straordinario» poema Perché non ti uccisi di Fausto Maria Martini, che descrive la decisione del fante italiano di non uccidere il soldato austriaco, Thompson ricorda il verso di Wilfred Owen: «Io sono il nemico che hai ucciso, amico mio!». Il riconoscimento del sé nell’altro scardina ogni argomentazione a favore dell’assassinio organizzato.
Lo storico inglese, però, non è a suo agio sugli aspetti militari delle battaglie; non analizza le cifre dell’operazione che portò gli italiani ad oltrepassare il Piave e ad inseguire l’avversario; non comprende perché Diaz, nel “Bollettino della Vittoria” del 4 novembre 1918, ci tenesse ad elencare con precisione chi combatté in quella guerra. Dalle trincee, così pare secondo un pregiudizio, si passò all’astuzia per vincere: l’autore cade nel solco di una tradizione storiografica molto british, che non riconosce la vittoria italiana.
Thompson chiude il suo brillante saggio con lo scenario del 1919, l’anno della pace persa dall’Italia. I politici sciuparono i loro crediti con gli Alleati, compromettendo la loro posizione alla conferenza di Parigi «in maniera così spettacolare che le campagne di Cadorna, al confronto, apparivano quasi giudiziose». Nel 1919 si prepara l’ascesa della «trincerocrazia» di Mussolini, che seduce gli italiani con l’idea che
Mark Thompson, «La guerra bianca. Vita e morte sul fronte italiano 1915-1919», Il Saggiatore, Milano, pagg. 504, € 22,00.
Le fotografie dall'alto in basso: Monumento ai caduti della Grande Guerra al Cimitero di Ozzano nel Monferrato; Luigi Cadorna (1850-1928); Armando Diaz (1861-1928).

La visita dello Zar Nicola II a Racconigi.
Tra le ultime tappe del Risorgimento (1909-2009).
Propongo il mio articolo “Povere biblioteche d’I-taglia” uscito su “IlSole-24Ore Domenica” il 26 luglio 2009.
Il pezzo ha suscitato una vivace discussione su vari siti e blog. Tra gli altri:
"I doni del re mago" di Fabrizio M. Rossi.
Area Nord-Ovest. Sistema Bibliotecario Intercomunale.
Vorrei che il dibattito continuasse anche sul mio blog. Vi prego di segnalarmi quali sono le vostre biblioteche preferite o quelle che ritenete peggiori! Come funzionano? Come sono? Quali sono gli orari di apertura? Che cosa le rende particolari, indimenticabili (nel bello e... nel brutto)?
POVERE BIBLIOTECHE D’I-TAGLIA di Roberto Coaloa
Provate a entrare in una biblioteca pubblica italiana, ad esempio
Il mondo della patafisica è in lutto. Chapman non è più!
Addio Stanley!
I tuoi amici del Monferrato patafisico

Death is the veil wich those who live call life: / they sleep, and it is lifted.
Shelley.

Nel 1927 usciva presso l’editore Formiggini, nella celebre e fortunata collana di «Profili», una splendida biografia su Napoleone. L’autore era uno storico quarantenne, Pietro Silva, allievo di Gaetano Salvemini alla Scuola Normale di Pisa. Silva, nato a Parma nel 1887, morto a Roma nel 1954, fu uno dei maggiori e più conosciuti autori di divulgazione storica: accanto agli studi come Il Mediterraneo dall’unità di Roma all’unità d’Italia, scrisse agili manuali di storia e collaborò al “Corriere della Sera” negli anni della direzione di Luigi Albertini.
Il testo su Napoleone spicca per la qualità della scrittura, raffinata e serrata, e per l’acuta interpretazione di un’epoca storica che ha forgiato la società moderna.
L’inizio del libro è originale, lontano dal filo cronologico consueto: da Ajaccio alla pianura di Waterloo. La biografia napoleonica comincia con un intenzionale flash-back dall’Isola. È a Sant’Elena, sull’altopiano di Longwood «battuto ed arso dai venti africani», che inizia la narrazione di una vita che – come tutte le vite – si comprende solo dalla sua fine. Nella figura di Napoleone, appare – scrive Silva – «riassunta e simboleggiata tutta l’eterna e alterna vicenda della sorte umana».
Silva è abile nel tratteggiare il lato molto umano dell’eroe romantico per eccellenza. Ma c’è in più soprattutto il rigore dell’analisi sire ira et studio: lo storico con gran perizia affronta gli avvenimenti dell’epoca napoleonica, distinguendo gli eventi effimeri da quelli decisivi, come il rafforzamento del sea-power inglese. Esso determina uno squilibrio profondo tra le forze in campo che va ben al di là di quelle straordinarie, ma mai autenticamente efficaci vittorie napoleoniche, che Waterloo fisserà per sempre nella leggenda di una gloriosa disfatta.
Per dirla con il grande Jacques Bainville: «Austerlitz, ma Trafalgar». Espressione che riassume il paradosso della più trionfale, ma forse anche della più inutile, vittoria dell’imperatore. Il sole che splende ad Austerlitz, il 2 dicembre 1805, non può far dimenticare la débâcle del 21 ottobre
Ora il Napoleone di Silva è ripresentato nella collana di studi diretta da Giovanni Brancaccio con un’introduzione del massimo storico dell’imperatore in Italia, Luigi Mascilli Migliorini, che valuta la biografia di Silva come una delle migliori della sua epoca. L’opera di Silva, infatti, ha saputo cogliere e anticipare l’atmosfera nella quale sarebbe nata la più bella biografia su Napoleone, quella di Jacques Bainville, e persino l’impronta critica impressa dalla scuola di un grande storico come Georges Lefebvre, che sottrae a Napoléon la classica aura eroica. L’imperatore di Silva, come nota Mascilli Migliorini, è un personaggio «toccato dalla lettura che ne aveva fatto Nietzsche alla fine del secolo precedente, ma non ancora investito dalle comparazioni a cui lo costringeranno da varie e contrastanti posizioni i drammi delle dittature novecentesche».

Pietro Silva, «Napoleone», Millennium, Bologna, pagg. 80, € 8,00.

Nella splendida Villa Vidua di Conzano (in provincia di Alessandria), domenica 31 maggio, alle 18.00, si è presentato il libro di Roberto Coaloa, “Carlo Vidua e l’Egitto” (Linea BN

Silvio Curto (in piedi, nella foto in alto) è il più noto egittologo italiano (nato a Bra nel 1919).
Direttore per oltre venti anni del Museo Egizio di Torino, tra i suoi titoli figura quello di Accademico di Francia. È socio dell'Accademia delle Scienze di Torino, della Académie des Inscriptions et Belles Lettres di Parigi, dell'Institut d'Egypte e Istituto Archelogico Germanico, Officier de l'Ordre des Arts et des Lettres de France, Medaglia d'Oro per i Beni Culturali in Italia, Commendatore della Repubblica.
Ufficiale nella Divisione "Superga" dal 1941 al 1946; Campagna d'Africa. Ispettore presso
Andrea Testa è nato a Casale Monferrato nel 1958. Laureato in storia moderna a Genova, ha conseguito il dottorato di ricerca con una tesi in storia americana, relativamente alla guerra civile (1861-1865). Si è occupato di problemi di storia politica degli USA a partire dai viaggiatori europei del sec. XIX, in particolare Carlo Vidua, per arrivare ai temi del federalismo e della politica estera in ambito contemporaneo. Un altro importante interesse è legato alla storia militare degli USA, di cui ha analizzato la guerra del Vietnam. Attualmente è professore a contratto di Storia delle dottrine politiche presso l’Università Cattolica di Piacenza.
Silvio Curto ha sottolineato l’importanza e la novità del saggio “Carlo Vidua e l’Egitto”: «uno studio brillante, decisivo per l’interpretazione di Vidua egittologo e cruciale per la storia delle esplorazioni».
Il saggio di Coaloa è basato sull'interpretazione di fonti inedite, in particolare quelle del "Fondo Vidua" dell'Accademia delle Scienze. I taccuini di viaggio sull'Egitto sono per la prima volta pubblicati.

Roberto Coaloa, «Carlo Vidua e l’Egitto», Linea BN
Libreria del Museo Egizio di Torino,
Via Accademia delle Scienze, 6
10123 Torino
Libreria Labirinto
Via Benvenuto Sangiorgio, 4
15033 Casale Monferrato (AL)
Libreria Coppo
Via Roma, 85
15033 Casale Monferrato (AL)

Elena Loewenthal (nella foto) è nata a Torino nel 1960. È narratrice e studiosa di Ebraistica. Nel corso degli anni ha tradotto e curato molti testi della tradizione ebraica e d'Israele. Per questo intenso lavoro ha ricevuto nel 1999 un premio speciale da parte del Ministero dei Beni Culturali. Per Adelphi ha curato l'edizione italiana dell'opera di Louis Ginzberg (1873-1953), Le leggende degli ebrei. Ha pubblicato insieme a Giulio Busi per Einaudi Mistica ebraica. Tutti testi della tradizione segreta del giudaismo dal III al XVIII secolo. Per Einaudi ha curato anche il volume Haggadah. Il racconto della Pasqua (2009).
Insegna Cultura ebraica alla Facoltà di Filosofia dell'Università Vita e Salute San Raffaele di Milano e scrive su
Tra i suoi numerosi saggi: Un'aringa in Paradiso. Enciclopedia della risata ebraica (Baldini Castoldi Dalai, 1997), L'ebraismo spiegato ai miei figli (Bompiani, 2002) e Scrivere di sé. Identità ebraiche allo specchio (Einaudi, 2007). Ha inoltre pubblicato i romanzi Lo strappo nell'anima (Frassinelli, 2002), Attese (Bompiani, 2004) e Dimenticami (Bompiani, 2006). Il suo ultimo romanzo, che verrà presentato a Moleto, Conta le stelle, se puoi (Einaudi, 2008) è la storia di Moise Levi e della sua famiglia in un'Italia in cui a Mussolini è preso "un colpo secco" nel 1924.
IL ROMANZO “CONTA LE STELLE, SE PUOI”
Elena Loewenthal studia la cultura ebraica e la storia degli ebrei in Piemonte da molto tempo: l’attento lettore può documentarsi con un suo bel saggio, Vita ebraica a Torino fra '800 e '
In quello studio si nota che il quadro della comunità ebraica torinese appare oggi “vago” e “impreciso”. Infatti, gli archivi dell’Università Israelitica: «spettro demografico della comunità in un’epoca in cui gli ebrei non vengono più censiti in quanto tali dall’autorità pubblica ai fini di speciali imposizioni fiscali, bruciarono completamente nel corso del bombardamento che il 20 novembre 1942 devastò il tempio e la sede della comunità». Manca, come osserva Elena Loewenthal, l’elemento fondamentale per lo storico: le fonti, i documenti. E quindi, perduta irreparabilmente la conferma “ufficiale” dei tratti di questa vita ebraica torinese, occorre attingere alle tradizioni e ai ricordi strettamente privati e intimi.
Elena Loewenthal conosce nei minimi particolari la storia degli ebrei piemontesi, grazie soprattutto a questa grande tradizione orale, perpetuata nei decenni, nonostante
Elena Loewenthal propone in un romanzo di ricostruire quella storia, a modo suo: in modo originale, fantastico e indimenticabile.
Una storia possibile. Una storia che poteva essere possibile.
Moise Levi, “Moisìn”, ha solo ventitré anni la mattina di fine estate in cui lascia Fossano portandosi dietro un carretto di stracci. Vuole andare a Torino a far fortuna, e non può immaginare che quello sia solo l'inizio di una lunga storia. Perché Moise possiede un fiuto eccezionale per gli affari e per i sentimenti: darà il via a una florida ditta di commerci nel ramo tessile, e avrà due mogli, sei figli e un'infinità di nipoti sparpagliati ai quattro angoli del mondo. Dopo la grande guerra mondiale e quel "brutto spettacolo" della marcia su Roma, finalmente la vita di tutti ha ripreso il suo corso. Meno male che nel


Domani, giovedì 14 maggio, alla Fiera Internazionale del Libro di Torino, Roberto Coaloa presenterà il suo “Carlo Vidua e l’Egitto” (edito da Linea BN
Il formato del volume è molto bello. La prima edizione è in copie numerate. "Carlo Vidua e l'Egitto" è stato composto con ogni cura, scegliendo una raffinatissima carta, etc. etc. Tutto questo grazie al mitico direttore editoriale Roberto Meschini, che – è bastata una semplice telefonata – ha sposato subito il progetto di fare lo snello libro sul conte Vidua.
Questo volumetto anticipa una più ampia ricerca che il sottoscritto sta facendo presso l’Accademia delle Scienze di Torino e che vedrà la luce presso le “Memorie” dell’Accademia. Il testo “Carlo Vidua e l’Egitto” è basato sullo studio e l’interpretazione di molte carte inedite, in particolare quelle del “Fondo Vidua” dell’Accademia delle Scienze. I taccuini di viaggio sull’Egitto sono per la prima volta pubblicati.
Ora vi racconto il perché di questo libro, perché è stato necessario scriverlo ora, in occasione di questa “febbre egiziaca” che ha contagiato Torino. Vi emerge – spero – la figura di un intrepido viaggiatore dell’Ottocento e della sua esperienza nella terra dei Faraoni.
“Carlo Vidua e l’Egitto” è anche un piccolo omaggio al Paese africano, ospite della Fiera Internazionale del Libro di quest’anno.
Appuntamento, quindi, domani, dalle 12.00 alle 14.00 alla Sala Azzurra della Fiera Internazionale del Libro.
Nella foto in alto: Iscrizione di Carlo Vidua al Tempio di Sethi (Tebe Ovest). Fotografia di Maurizio Re, aprile 1989.
In basso: con un ritratto di Carlo Vidua al Museo Civico di Casale nel 1996.

Agli inizi dell’Ottocento erano pochi gli europei in viaggio in Egitto che, risalendo il Nilo, avevano superato l’isola di File. Nessuno si era mai avventurato più in là di Derr, allora capitale della Bassa Nubia.
Carlo Vidua (1785-1830), il viaggiatore più intrepido dell’Ottocento, compì quell’impresa: il suo viaggio in Egitto è un capolavoro.
Vidua arrivò ad Alessandria il 27 dicembre 1819 e ripartì dall’Egitto il 12 agosto 1820. Simile all’ufficiale di marina Frederick Norden, Vidua viaggiò sul Nilo in battello. A differenza di Norden, che non lo lasciò mai, limitandosi a osservare da lontano con il cannocchiale i monumenti nubiani, Vidua visitò il tempio di Abu Simbel, facendo accurate esplorazioni, sfidando i coccodrilli, armandosi fino ai denti per contrastare gli attacchi di pericolosi banditi. Vidua visitò i templi, facendone per primo una puntuale descrizione degli esterni e soprattutto degli interni. I suoi taccuini di viaggio conservati all’Accademia delle Scienze di Torino, inediti, raccontano quell’incredibile avventura ad Abu Simbel, iniziata all’inizio del marzo 1820 e proseguita in quattro intensi e proficui giorni tra il 24 e il 27 marzo 1820. Vidua eseguì disegni esterni di notte, alla luce della luna, per difendersi dal caldo e fece lunghe visite all’interno del tempio.
Johann Ludwig Burchardt vide Abu Simbel nel 1813, ma non potè entrare. William Bankes, consigliato dallo stesso Burchardt, visitò il tempio nel 1815, ma senza nessun interesse scientifico. Giovanni Battista Belzoni e Bernardino Drovetti videro per la prima volta il tempio nel 1816, ma non riuscirono ad entrare. Nel giugno del 1817, Belzoni, insieme a Frederick William Beechey, Giovanni Finati, Charles Leonard Irby, James Mangles, compì una grande spedizione e riuscì ad entrare all’interno, dopo lunghi lavori, all’inizio dell’agosto 1817, non riuscendo però a compiere le misurazioni a causa della temperatura a
La stessa sorte ebbero coloro che entrarono nel monumento dopo Carlo Vidua: Cooper, John Christie e Casati nel 1821, Cailliaud nel 1822 e Rifaud, durante la sua seconda spedizione ad Abu Simmel. Nessuno riuscì a compiere dei disegni e delle misurazioni dell’interno di Abu Simbel. Vidua, invece, riuscì in quell’incredibile impresa.
Per un altro motivo il viaggio di Vidua in Egitto è un vero capolavoro. Si deve a lui, infatti, l’acquisizione della collezione di Drovetti, che porterà alla nascita del Museo Egizio di Torino.
Da Atene, il 1° aprile 1821, Carlo Vidua scrive a suo padre Pio Vidua, figura di primo piano nella corte del Regno di Sardegna: «Le raccomando l’unito foglio a Cesare Saluzzo per l’affare del museo Egiziaco. Spero aver reso un servizio al nostro paese, inducendo il sig. Drovetti a lasciare le trattative già molto inoltrate colla Francia, e a preferire la sua patria per l’acquisto del suo museo veramente unico. – Ho ricevuto un sì decisivo. Questo affare è stato interamente immaginato da me».
Proprio per la fama procuratasi tra gli egittologi del periodo, Jean-François Champollion lo cercò per la grande spedizione franco-toscana in Egitto, ma Vidua era già lontano, impegnato in altri viaggi.

Roberto Coaloa, «Carlo Vidua e l’Egitto», Linea BN
Propongo un mio articolo Da mozzo a generale su un’originale biografia dedicata a Nino Bixio. Il pezzo è uscito sul supplemento culturale de “IlSole-24Ore” Domenica, 26 aprile 2009, pag. 32. L’opera di Jean-Jacques Villard getta nuova luce sulla figura del combattente del Risorgimento. Aggiungo che la bella biografia su Bixio mi era stata segnalata da Roberto Guerri, direttore del Museo del Risorgimento di Milano, che qui ringrazio: per la sua cortesia d’antan e per il suo impegno nel tener viva la memoria del secolo romantico.

La vita di Nino Bixio, il compagno di Garibaldi, il «secondo dei Mille», è un autentico romanzo di avventure. Nato a Genova il 2 ottobre 1821, ultimo di otto figli, Bixio fu imbarcato dal padre, appena tredicenne, come mozzo su una nave mercantile. La vita di mare, fatta d’azione e disciplina, forgiò un uomo dall’innato perfezionismo e dai modi ipercritici. Ritornato in Italia, Bixio diventò leggendario nell’impresa dei Mille. Garibaldi contribuì al mito con la frase: «Bixio, qui si fa l’Italia o si muore!».
La sua vita è stata raccontata come un «poema di eroismo e virtù». Giuseppe Guerzoni scrisse una biografia nel 1875 per l’editore Barbèra; Girolamo Busetto pubblicò nel 1876 un profilo, dedicato a Giovanni Lanza, «collega ed amico carissimo di Nino Bixio», nel quale si esaltò il carattere dell’uomo, che da mozzo diventò generale e che impersonò meglio di altri il «garibaldinismo». Queste opere, però, caratterizzate dall’impresa dei Mille, mancavano di cogliere le molteplici sfaccettature di una figura governata da una folle ansia romantica. Dopo l’Unità, Bixio è scagliato da un continente all’altro, spinto da una forza ignota: la vita attiva, la vita che si muove, si muove verso la morte. Bixio, il 16 dicembre 1873, morì nel mare di Sumatra, colpito da febbre gialla.
Jean-Jacques Villard, pronipote del generale garibaldino, ne ricostruisce la vita, affidando la narrazione ad un vero e proprio memoriale, che l’editore Viennepierre pubblica ora per la prima volta in Italia. Le preziose note autografe di Bixio furono trovate dalla figlia Giuseppina e poi generosamente donate dalla stessa alla cugina Abeille (figlia d’Alessandro Bixio, fratello di Nino), ossia la nonna di Jean-Jacques Villard. Gli elementi inediti di questo volume sono gli anni giovanili e la rivelazione d’aspetti privati: questa biografia “parla” di lui sia con la pregevolezza del testo di Villard sia attraverso le note di diario che Bixio aveva lasciato manoscritte.

Jean-Jacques Villard, «Nino Bixio», Viennepierre, Milano, pagg. 272, € 25,00.

Silvia Oggioni propone la recensione, "Vento di libertà nella Torino di Gramsci e Gobetti" sul saggio La libertà uguale di Franco Sbarberi.
Lezioni in via Mercalli 21. Aula S02. Martedì dalle 16.30 alle 18.30.
La lezione di martedì 7 aprile non ci sarà. Riprendiamo martedì 21 aprile, dopo Pasqua e il periodo di chiusura dell'università. (Roberto Coaloa)
"VENTO DI LIBERTA' NELLA TORINO DI GRAMSCI E GOBETTI"
Di Silvia Oggioni
L’esigenza di libertà intesa come esercizio di un diritto condiviso è il filo conduttore che tiene uniti i vari autori della storia trattati in “Utopia della libertà uguale” di Franco Sbarberi. La panoramica dell’idea di libertà vista come prospettiva di medietà sociale ed economica è trattata dal saggio storico in cinque capitoli. Gramsci e Gobetti partono dall’analisi dello sviluppo industriale della Torino degli anni Venti. Credono nella mobilitazione delle masse operaie organizzate con rigore gerarchico condotte non dall’immobilità borghese, ma dal nuovo dinamismo industriale, garante di libertà. Il pensiero di Rosselli applica al socialismo i metodi liberali: l’individuo deve spingersi verso un’autonomia intellettuale di partecipazione attiva alla vita politica, in un contesto democratico e produttivamente autogestito. Calogero è esaminato da un punto di vista filosofico, aperto a un orizzonte di stampo fortemente cristiano, propone il volontarismo etico come forma di tirocinio generale al senso della giustizia mediante la combinazione di tre principi che hanno civilizzato l'uomo: l'amore per il prossimo, la libertà e l'uguaglianza. Calamandrei è uno dei Padri fondatori della Costituzione del 1948, e uno dei maggiori rappresentanti del liberalismo sociale di matrice azionista (dirigente politico del Partito d'azione). "La rivoluzione democratica come discontinuità dello stato" titolo del capitolo dedicato a questo personaggio storico mostra la volontà e l’esigenza di rompere la continuità istituzionale e rigida del passato di matrice fascista. Bobbio nell'ultimo capitolo è il cardine di una terza via tra socialismo e liberalismo. L'autore percepisce quindi la necessità di un progetto dinamico versatile applicabile all'individuo come stimolo alla partecipazione attiva. Il liberalismo sociale giunge quindi alla conclusione del perenne svolgimento al quale è sottoposto con il fluire storico e culturale, e alle porte del Novecento ha l’intento di porsi come garante nel congiungimento di libertà e giustizia nella costituzione democratica del presente e del futuro. Traspare talvolta l'impronta utopica da parte di autori come Gramsci o Calogero ritradotta nel presente più recente da Bobbio, tramite considerazioni più realistiche e aderenti all’ambiente storico e sociale, considerando una società molto provata e turbata dagli sconvolgimenti bellici.
Franco Sbarberi, L'utopia della libertà uguale, Bollati Boringhieri, Torino, pag. 218, euro 17.00.
Nella foto in alto: Norberto Bobbio, a destra, con Natalia Ginzburg e Vittorio Foa.